Petrolio al top del 2019. Trump rinnova le sanzioni all'Iran. Goldman Sachs: Brent tra $70-75

Rialzo del prezzo del petrolio sulle news. L'Amministrazione Trump nega il rinnovo alle esenzioni sull'import di petrolio iraniano: chi esporterà da Teheran dopo il 1° maggio incorrerà in sanzioni. Goldman Sachs: impatto limitato.

Petrolio Fonte: Bloomberg

L'amministrazione Trump non rinnoverà le esenzioni concesse lo scorso anno agli acquirenti di petrolio iraniano. Coloro che acquisteranno greggio da Teheran dopo il primo maggio saranno soggetti a sanzioni americane. L’attesa di un minore quantitativo di scorte sul mercato ha spinto a rialzo il prezzo del Crude Wti, che ha raggiunto il suo picco massimo da inizio 2019 sopra quota 66 dollari al barile (livello che non veniva toccato da sei mesi). Discorso analogo per il Brent Crude, che si è portato in area $74 al barile.

Goldman Sachs: petrolio Brent tra $70-75 al barile

Secondo gli analisti di Goldman Sachs, nonostante le nuove tensioni sul greggio, la reazione alla decisione americana si riassorbirà in fretta, vista la limitata portata dell’output iraniano sul mercato mondiale. "Pur riconoscendo i rischi di un rialzo dei prezzi a breve termine, ribadiamo il nostro range di negoziazione atteso sul Brent tra $ 70 e 75 al barile per il secondo trimestre del 2019".

Petrolio iraniano: gli Usa confermano le sanzioni

La scorsa primavera Donald Trump si è ritirato unilateralmente dall’accordo siglato nel 2015 tra l'Iran e sei potenze mondiali, volto a limitare il programma nucleare di Teheran. La cattiva condotta iraniana ha infatti spinto l’amministrazione a stelle e strisce a ripristinare nel novembre 2018 le sanzioni sul Paese, estese a chiunque intrattenesse con questi relazioni commerciali. In tale sede, gli Stati Uniti hanno concesso ad otto economie, tra cui Cina (primo acquirente mondiale), India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia, Italia e Grecia, deroghe della durata di sei mesi per proseguire con gli acquisti senza incorrere in pagamenti tariffari.

Export di petrolio: la reazione dei Paesi importatori

Mentre Italia, Grecia e Taiwan hanno di recente interrotto gli acquisti di petrolio iraniano, la questione potrebbe farsi più impegnativa per Cina, India e Turchia.

Geng Shuang, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha riportato i malumori di Pechino, che si è opposta alle sanzioni decise unilateralmente dagli Usa contro l'Iran, ribadendo come la cooperazione bilaterale tra Cina ed Iran sia stata conforme alle regole.

In India, i principali raffinatori di petrolio hanno già iniziato ad esplorare strade alternative per la ricerca di forniture. Nessun commento sarebbe però arrivato dal governo.

L'agenzia di stampa di Seul, Yonhap, ha riportato le dichiarazioni del ministero degli Esteri, precisando come il governo sudcoreano abbia negoziato su più livelli con gli Stati Uniti per estendere le deroghe e che farà ogni sforzo possibile per cercare di ovviare alla decisione prima del primo di maggio.

Nessun commento, infine, dall'ambasciata giapponese a Washington. Secondo alcuni funzionari, Tokyo avrebbe però discusso della questione iraniana lo scorso venerdì, all’incontro tra il ministro degli Esteri giapponese ed il segretario di stato, Mike Pompeo.

Prezzo del petrolio: pressione sulle quotazioni

Il mancato rinnovo della concessione pone ora sul mercato del petrolio nuova precarietà: l’annuncio (a pochi giorni dalla scadenza del termine) mette sotto pressione l'intera linea di consegne previste per il mese di maggio, nonostante il quantitativo di petrolio esportato dall'Iran abbia subito negli scorsi mesi una netta battuta d’arresto: da oltre 2,5 milioni di barili al giorno (bpd) prima della reintroduzione delle sanzioni, le consegne di petrolio della nazione sono scese a circa 1 milione bpd.

Se a questo si lega il calo dell'industria petrolifera venezuelana (legato ai disguidi interni di carattere economico e politico) nonché alle tensioni in Libia (con il rischio di guerra civile che ha portato ad interrompere l’attività petrolifera nelle aree occupate), ciò potrebbe ritorcersi sui prezzi, con un aumento delle quotazioni superiore alle attese.

Usa-Arabia Saudita (Russia): focus sul greggio

Con la sua decisione, la Casa Bianca priverà l'Iran di circa 50 miliardi di dollari di entrate annuali, cosa che dovrebbe spingere Teheran a frenare col programma nucleare, a ridurre i test sui missili balistici e a limitare il sostegno della regione ai conflitti in Siria e Yemen.

La comunicazione odierna arriva qualche giorno dopo l’annuncio di Mosca, che, assieme con l’Organizzazione dei principali Paesi esportatori di petrolio (Opec), potrebbe fare un passo indietro sul taglio della produzione deliberato nel dicembre 2018. Nel caso tale indiscrezione trovasse un riscontro pratico, il prezzo del greggio, secondo il Cremlino, potrebbe calare fino a 40 dollari al barile. A monte della decisione, la crescente quota di mercato in mano statunitense, che starebbe annullando a beneficio dei produttori a stelle e strisce gli sforzi fatti da Opec e Russia. Le due hanno ridotto la produzione di 1,2 milioni bpd, con la sola Arabia Saudita che ha tagliato l'offerta di 800 mila bpd.

Arabia Saudita in attesa del vertice Opec di giugno

Secondo un funzionario dell'amministrazione, il presidente Trump è ora fiducioso che l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti possano compensare il deficit di offerta nel mercato petrolifero. Il Segretario di Stato americano per le risorse energetiche, Frank Fannon, ha affermato che Riyadh starebbe già adottando misure ad hoc per assicurare che i mercati petroliferi globali non rischino situazioni di scarsità dell'offerta.

In una dichiarazione rilasciata ieri, Il ministro dell'Arabia Saudita, Khalid al-Falih, non ha dato alcuna conferma circa l’intenzione saudita di aumentare la produzione: "Stiamo monitorando gli sviluppi del mercato petrolifero" ha ribadito lo stesso dopo la dichiarazione degli Stati Uniti.

La prossima riunione Opec è prevista per il 25-26 giugno.

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