Fed alla prova dei tassi: vincerà la stretta, la paura o Donald Trump?

Alle ore 20:00 il FOMC renderà note le proprie decisioni sul tasso d’interesse. Alle 20:30 sarà la volta di Jerome Powell in conferenza stampa. Da mesi, i mercati scontano il rialzo del costo del denaro di 25 punti base. L'incognita resta al 2019: come si comporterà Jerome Powell? Come reagiranno Donald Trump e dollaro USA?

Fed
Fonte: Bloomberg

Uno nel 2015, uno nel 2016, tre nel 2017, quattro (presumibilmente) nel 2018: qual è la previsione per l’anno 2019?

Dopo una due giorni di riunione, stasera la Federal Reserve rivelerà al mercato i futuri piani di politica monetaria. Alle ore 20:00 italiane il Comitato Federal Open Market (FOMC) darà l'annuncio sul tasso d’interesse. Alle 20:30 sarà invece la volta del governatore Jerome Powell in conferenza stampa.

Ormai da mesi i mercati scontano l’eventualità di un quarto rialzo del costo del denaro, seppur con un consensus calante: la forchetta americana dovrebbe spostarsi dall’attuale livello a 2,00-2,25% al gradino successivo posto a 2,25-2,50%. Se così fosse, delle otto riunioni del FOMC che si tengono ogni anno, il 2018 avrebbe visto nel 50% dei casi un incremento. Il tasso sulle riserve in eccesso dovrebbe invece essere alzato di 20 punti base, al 2,40%, con l’obiettivo di mantenere all’interno dell’intervallo obiettivo il tasso effettivo dei Fed funds.

Tra le novità certe, il passaggio da quattro a otto conferenze stampa annue a partire dall’anno 2019, una per ogni meeting del FOMC: un cambio di comunicazione al mercato che meglio si accompagna alla dinamicità dei movimenti che la piazza finanziaria si trova ad affrontare.

Al centro della discussione restano invece i numeri per l’anno 2019: la crescita americana continua a battere se stessa, attestandosi al 3% anno su anno, accompagnata da un tasso di disoccupazione in calo e un livello d’inflazione a target.

A frenare il processo di normalizzazione dei tassi, volto a raggiungere la soglia di neutralità (livello oltre il quale l’istituto centrale non fornisce più al mercato il proprio appoggio accomodante) si inseriscono stime di crescita economica globale in calo, rallentamento della motrice produttiva cinese, turbolenze politiche europee e questioni geopolitiche mediorientali. Tutt’attorno, l’incognita della guerra commerciale, voluta dal presidente Donald Trump, con effetti a tappeto sugli scambi (e sulle bilance) commerciali al di qua e al di là del Pacifico.

Trump, promotore di una politica accondiscendente alle realtà produttive ed imprenditoriali, ha più volte ribadito la necessità di un dollaro non troppo forte, da accompagnarsi ad un costo del denaro atto a favorire l’attività locale.

Il dollaro, dal canto suo, si è apprezzato del 7% in otto mesi contro il paniere delle principali valute, mentre Wall Street si prepara a concludere il peggior dicembre dal 1980.

Un rialzo dei tassi da parte dell’istituto presieduto da Powell, le cui volontà sono indipendenti rispetto a quelle della Casa Bianca, dovrebbe ribadire l’autonomia delle decisioni in capo alla Fed, che comunque non potrà ignorare le parole di Trump. Il Tycoon, dopo aver descritto come “scellerata” la linea dura seguita dalla banca centrale americana, si è augurato che “la gente a capo della Fed” leggesse l’editoriale pubblicato ieri del Wall Street Journal “prima di compiere un altro errore”.

Il titolo del quotidiano economico?

Time for a Fed pause”.

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