Tensioni in Libia, Haftar rifiuta il cessate il fuoco. Come si sta muovendo l’Italia?

La vicinanza sia strategica sia geografica non è servita per evitare la gaffe diplomatica con i due capi di governo libici rivali. Nel mezzo del focolaio resta Eni, che ha fermato le esplorazioni.

Il generale Khalifa Haftar, a capo del governo libico di Tobruk, ha rigettato la proposta di cessate il fuoco avanzata giovedì scorso da Turchia e Russia. Al contrario, il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, guidato da Fayez al Sarraj, si è dimostrato favorevole.

I presidenti di Russia (che parteggia per il generale Haftar) e Turchia (dalla parte di al-Sarraj), Vladimir Putin e Recep Taypp Erdogan, si sono incontrati a Istanbul mercoledì scorso per discutere, tra le altre cose, anche di Libia: l’intento dei due leader è evitare che si venga a delineare lo scenario di una “nuova Siria”.

Tuttavia l’Esercito di Liberazione nazionale, guidato da Haftar, ha ordinato di proseguire con l’offensiva militare che oggi sarebbe arrivata a lambire l’importante snodo petrolifero di Sirte.

Cosa è successo in Italia?

Mentre la comunità internazionale, spaccata tra i due regimi, torna a fare quadrato chi intorno al generale Haftar (Francia e Russia prima di tutti), chi intorno ad al Sarraj (Onu, Unione Europea, Egitto e Turchia), il tentativo di mediazione dell’Italia è miseramente naufragato.

Due giorni fa il premier italiano Giuseppe Conte si è intrattenuto per tre ore con Haftar, provocando l’irritazione del leader del governo libico riconosciuto a livello internazionale, al Sarraj. Conte partirà la settimana prossima per un tour di visite ufficiali in Turchia, Egitto ed Emirati Arabi (gli ultimi due sono sostenitori del regime di Haftar, con gli Emirati che nel 2011 violarono l’embargo sulle armi stabilito dall’Onu, portando alla caduta di Gheddafi).

Sarraj, in volo verso l’Italia proprio mentre il suo rivale si intratteneva a Palazzo Chigi, avrebbe dunque deciso di non fermarsi a Roma, proseguendo direttamente verso Bruxelles - dove ha incontrato funzionari dell’Unione Europea, tra cui il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas.

Le tensioni in Libia

La proposta del cessate il fuoco, a partire dal 12 gennaio, è arrivata dopo l’invio di un contingente militare turco in Libia, in sostegno del governo di Tripoli. Ankara accusa infatti la Russia di aver dispiegato circa 2.500 soldati mercenari a sostegno di Haftar (si tratta di soldati presumibilmente appartenenti alla brigata Wagner, sebbene la Russia abbia negato qualsiasi coinvolgimento).

Lunedì Haftar ha dichiarato di aver conquistato la città costiera di Sirte e, nei giorni successivi, si sono inseguite notizie su alcuni scontri nei dintorni della città di Misurata (roccaforte del governo di al Sarraj). Il generale sta dunque spianando la strada verso Tripoli, in un’offensiva che prosegue dallo scorso aprile.

Quali sono gli interessi dell’Italia in Libia?

Eni, presente il Libia dal 1956, cerca intanto di salvaguardare i propri giacimenti petroliferi. L’azienda italiana infatti ha già subito diversi danni in seguito al ravvivarsi degli scontri tra i due governi rivali.

La Libia è il quinto fornitore di petrolio dell’Italia, con scambi per oltre 4 miliardi di euro nel 2018, e occupa il nono posto tra i paesi esportatori di petrolio al mondo. L’estrazione nazionale è gestita dalla Noc (National Oil Corporation), che nel 2018 aveva registrato una produzione media di 1,107 miliardi di barili al giorno. A questa produzione Eni ha contribuito con 270-280 mila barili al giorno, il 15% della produzione totale del gruppo. Tuttavia, l’aumentare delle tensioni ha comportato lo stop alle missioni esplorative nel paese da parte di Eni, dove si stimano esservi ancora ingenti riserve di gas e petrolio.

Da lunedì scorso Eni ha perso oltre il 2%, arrivando in mattinata a quota 14,08 euro per azione. D’altra parte, anche il prezzo del petrolio negli ultimi giorni ha subito forti variazioni, in concomitanza con l’evolversi della situazione in Iran, per tornare solo nelle ultime ore a quota 59 dollari al barile (il Wti) e 65,01 dollari al barile (il Brent).

La Turchia, invece, ha recentemente siglato con Tripoli accordi per l’esplorazione del territorio libico a fini energetici. Proprio questo sarebbe stato il motivo per cui il Parlamento turco ha approvato, lo scorso giovedì, una risoluzione con cui autorizzava l’invio di un contingente militare in Libia.

Cosa succederà in Italia?

Fin dall’inizio delle tensioni, l’Italia ha sempre cercato di mantenersi in una posizione neutrale, nonostante gli interessi strategici e la vicinanza geografica. Proprio quest’ultimo fattore, unito alla probabile escalation di violenze, potrebbe avere ripercussioni sulla politica italiana: al di là del disastro diplomatico della visita di Haftar a Roma, infatti, potrebbero tornare ad aumentare di volume anche i flussi migratori e, con loro, le tensioni tra un tentennante governo giallorosso (che già dovrà lottare per mantenere almeno l’Emilia Romagna alle prossime elezioni regionali del 26 gennaio) e l’opposizione della Lega.

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