Prezzo dell'oro sopra i $1300. Brexit, Cina e Venezuela dietro al rialzo del gold

Quotazioni del gold in crescita. Torna l'appetito per il prezioso, meno per il rischio. Venezuela: Bank of England respinge la richiesta di restituzione $1,2 miliardi di oro venezuelano a Maduro. Lettera di Guaidó a Theresa May.

Fonte: Bloomberg

Venezuela Oro Nicol�s Maduro Banca Banca d'Inghilterra Hugo Ch�vez

Oro in area $1307 dollari l’oncia, dopo esser tornato stabilmente al di sopra della soglia psicologica a $1300. Prosegue il trend a rialzo del gold che, oltre a beneficiare di un naturale movimento rialzista che tende a caratterizzare la quotazione del prezioso nel periodo a cavallo del nuovo anno, risente anzitutto di due fattori: un parziale indebolimento del dollaro, che rende le materie prime meno care alle tasche degli investitori, ed una ricerca di tutela in fasi delicate di mercato, che mettono a rischio il portafoglio.

Le previsioni di un rallentamento della crescita economia globale, unite al calo della domanda cinese, al rischio Brexit (specie se senza accordo), alla volatilità del settore bancario europeo, hanno ridotto la propensione degli operatori a sbilanciarsi sulle attività a maggior rischio, spingendo gli acquisti sul gold. Ridotto dovrebbe invece essere l’impatto della decisione della Federal Reserve, i cui effetti sono in parte già stati scontati dai mercati.

Se la quotazione dovesse superare il livello a $1308-1310, la prima importante resistenza è quella in area $1320-1325, che aprirebbe la strada verso un ritorno a $1340-1345. A ribasso, oltre la soglia dei $1300, i primi prezzi chiave si posizionano a $1295-1290. A partire dal mese di dicembre, l’oro ha recuperato il 6,5% del proprio valore (+8,5% rispetto ai minimi di novembre 2018).

Dall'oro venezuelano alla Bank of England, passando per Hugo Chàvez

A smuovere il mercato del prezioso non sono però le sole vicende finanziarie e politiche: ad inserirsi nel quadro del gold è una storia che ormai da anni vede il Venezuela al centro delle discussioni sull’oro.

Nel 2011, il Venezuela di Hugo Chàvez, saldati i propri debiti sui prestiti concessi dal Fondo Monetario Internazionale ai governi di Jaime Lusinchi nel 1988 e di Carlos Andrés Pérez nel 1989, avanzò la richiesta di rimpatrio del proprio oro (211 tonnellate in tutto) inviato alle diverse banche centrali del mondo come garanzia: il 17,9% in Inghilterra, il 59,9% in Svizzera , l’11,3% negli Stati Uniti, il 6,4% in Francia e lo l 0,8% a Panama. Solo il 3,7% delle riserve d’oro venezuelane si trovava nelle casseforti del Banco Central de Venezuela.

Alla richiesta di Chávez di rimpatriare il proprio oro, la Banca di Inghilterra, pur percependo un compenso per custodire le riserve venezuelane, è dovuta ricorrere al mercato fisico, facendo salire il prezzo del bene.

Oggi, il dialogo torna a quelle riserve. Il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, si è visto respingere ieri dal governatore della Banca Centrale britannica, Mark Carney, la richiesta d’invio di 1,2 miliardi di dollari delle riserve auree venezuelane (8 miliardi in totale) ancora depositate nel Regno Unito. La motivazione del diniego da parte dell’Inghilterra si legherebbe, questa volta, al tumulto politico.

E’ stato l’autoproclamato presidente Juan Guaidò, leader di quel parlamento esautorato da Maduro nel 2015, a chiedere alle autorità britanniche di non restituire al governo di Maduro i lingotti d’oro dello Stato, controvalore che avrebbe fatto comodo per arginare la repressione che soffocala regione e dare un po’ di respiro ad un’economia afflitta da un livello d’inflazione oltre il milione per cento.

Guaidó avrebbe già scritto a Theresa May chiedendo che vengano inviati a lui i fondi.

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