Focus commodity: petrolio sotto $50, oro al test di $1250. Alert crescita economica

Greggio in calo, ai minimi da settembre 2017: pesa la produzione statunitense, dubbi sull'efficacia dei tagli Opec. Gold in fase rialzista, mentre il prezzo del palladio supera quello dell'oro. Metalli industriali sui minimi da almeno 18 mesi: cosa sta accadendo al mercato delle materie prime?

Gold
Fonte: Bloomberg

Greggio texano al di sotto dei 50 dollari al barile, sui livelli di settembre 2017. Metalli industriali poco mossi e poco acquistati, sui minimi da oltre 18 mesi. Gold al test dei 1.250 dollari l’oncia, inserito in un trend crescente. Palladio sui massimi storici, con un prezzo che supera quello dell’oro.

L’analisi delle principali materie prime sul mercato delinea un quadro poco roseo per la crescita globale. Il rischio di un indebolimento dell’attività mondiale potrebbe spingere a ribasso la futura domanda di petrolio, rendendo inefficaci i tagli di output deliberati per l’anno 2019 dall’Organizzazione dei principali produttori di petrolio (Opec e Russia) ad inizio dicembre.

Produzione petrolio oltre Opec e Russia: l'incognita Usa

Secondo gli accordi raggiunti, Opec e Paesi alleati ridurranno la propria produzione giornaliera di 1,2 milioni di barili al giorno, ridiscutendo di tale disposizione in un nuovo meeting il prossimo aprile. Mentre i prezzi del greggio continuano a calare, la vera variabile resta quella in mano statunitense: la continua produzione di petrolio di scisto sta facendo guadagnare all'America quote di mercato , a discapito dei grandi player mediorientali, che hanno così minori margini per aggiornare le proprie partite nazionali.

Secondo i tecnici EIA (Energy international Administration), l’economia di Donald Trump dovrebbe, col benestare del suo Presidente, concludere l’anno 2018 con un record di 10,88 milioni di barili giornalieri, dopo aver raggiunto, sul finire dell’estate, la prima posizione nella classifica dei maggiori produttori di petrolio al mondo. Inutile a dirsi, l’Arabia Saudita, nelle fasi antecedenti l’incontro Opec e dopo essersi fatta portavoce del necessario taglio alla produzione per il sostenimento dei prezzi, ha alzato il proprio output mensile a novembre a 11 milioni di barili al giorno. La battaglia del petrolio è dunque aperta ed entra ora nel vivo.

La relazione greggio / dollaro americano

Dopo aver bucato a ribasso il supporto in area $50, il Wti ha proceduto alla volta dei $48. Se tale movimento proseguisse, i primi livelli in focus sono rispettivamente le soglie a 47,50 e 46 dollari al barile, target interlocutorio sul quale il petrolio ha già latitato prima di ripartire (agosto 2017).

A rialzo, primo cardine è rappresentato dal prezzo a $51,50, sebbene solo un superamento convinto del livello a $52 potrebbe dare alla commodity la giusta forza per ambire a tornare sopra la resistenza a $55.

Non da tralasciare, in tale contesto, è inoltre il recente rialzo registrato dal dollaro Usa, valuta in cui prezza l’oro nero: mentre il greggio ha perso da inizio ottobre il 36% del proprio valore, il dollar Index, rispetto ai minimi di fine settembre, ha guadagnato circa tre punti percentuali sul paniere delle principali valute mondiali.

Materie prime sotto pressione: minimi da 18 mesi

Più in generale, il peso del biglietto verde non ha portato beneficio all’intera schiera delle materie prime, che stanno affrontando una fine d’anno difficile: l’indicatore dei rendimenti delle materie prime si trova oggi su livelli minimi da 18 mesi. Il Bloomberg Commodity Index è sprofondato ieri su un valore pari alla peggiore chiusura da giugno 2017.

Il calo generalizzato delle commodities vede la debolezza dell’intera schiera dei metalli industriali, fondamento dell’industria pesante e della siderurgia: rispetto ai valori di fine estate, il nickel è calato del 17%, il piombo del 9%, l’alluminio del 10%. Variazioni negative ma di minor portata per zinco, mentre preoccupa il recente calo del rame, storicamente anticipatore dei futuri corsi azionari di mercato, che da inizio dicembre ha lasciato sul mercato il 3,5% della propria consistenza.

Commodities contro corrente: oro e palladio

La parola passa dunque ai due virtuosi della scena: oro e palladio. Storicamente, il gold tende ad apprezzarsi in vista della chiusura d’anno, con l’avvio di un periodo festivo che rende i mercati meno liquidi e spinge gli investitori alla ricerca di un porto sicuro dal quale ripartire per il riposizionamento di gennaio.

Tornato a testare la soglia dei 1.250 dollari l’oncia, se il prezioso riuscisse a bucare tale supporto, ulteriori spunti a rialzo riporterebbero la quotazione al test dei $1.260 prima e $1.280 poi. In tale direzione, il focus resta fermo a $1.300. Una discesa dei prezzi potrebbe invece spingere il gold nuovamente a ridosso del supporto a $1.220.

Quota invece a $1257 dollari l’oncia il palladio, metallo utilizzato nella produzione di marmitte catalitiche a benzina, che ha visto nella seconda metà del 2018 il proprio rifiorire. Con le nuove disposizioni da parte di Cina ed Europa sull’inquinamento e le emissioni di CO2, le auto a benzina hanno beneficiato del calo progressivo delle macchine diesel. Un trend, questo, che potrebbe però esaurirsi nell’arco di qualche tempo: la spinta su nuovi modelli ibridi e a batterie elettriche dovrebbe modificare la richiesta di materie prime, incanalandola su alluminio (più leggero dell’acciaio), nickel e zinco, nonchè su prodotti quali grafite, litio, cobalto e manganese

Il palladio riversa attualmente in una fase di deficit di offerta, con una domanda che supera la disponibilità di mercato. Considerata l’elevata concentrazione di offerta proveniente da Sud Africa e Russia (produttrici di palladio al 40% l’una rispetto alla produzione complessiva), la preoccupazione si rivolge alla filiera produttiva e ad un prezzo che, data la scarsità di materie prima e gli altalenanti rapporti tra Russia e Stati Uniti, potrebbe continuare a salire.

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