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Macro Giappone, USD/JPY supera la soglia dei 150 mentre la BoJ interviene sulle obbligazioni

Il cambio USD/JPY è salito ai massimi dal 1990 oltrepassando i 150. Intanto, la Bank of Japan è intervenuta sul mercato obbligazionario nipponico per calmierare la crescita dei rendimenti.

Fonte: Bloomberg

Forti scossoni nel Paese del Sol Levante dopo che lo yen si è indebolito contro il dollaro statunitense al massimo livello dal 1990 mentre la BoJ ha dovuto intervenire per stabilizzare i rendimenti dei titoli di stato decennali.

I movimenti dell’USD/JPY

Questa mattina la coppia USD/JPY (大口) mostra molta volatilità dopo aver sorpassato, alle 9:40, la soglia psicologica dei 150. Successivamente, il cambio si riassesta intorno a quota 149,78.

Quest’anno lo yen è la valuta asiatica che ha sofferto di più perdendo ad oggi il 23% del proprio valore contro il biglietto verde.

Il motivo è la grossa divergenza tra le politiche monetarie delle rispettive banche centrali che è destinata ad ampliarsi. Infatti, da un lato vi è la Federal Reserve, che sta aumentando continuamente l’intensità della sua politica monetaria restrittiva, mentre dall’altro vi è la Bank of Japan, che continua a mantenere la sua politica monetaria accomodante (unica banca centrale ad avere i tassi di interesse ad un livello negativo del -0,1%).

Di conseguenza, dopo lo scorso intervento di settembre sul mercato valutario per ridare fiato al cambio USD/JPY (大口), la BoJ si ritiene pronta ad un’altra azione stabilizzatrice anche se non ha dato ulteriori dettagli in merito all’operazione.

Lo svilimento dello yen crea particolari problemi all’incerta economia nipponica. Se infatti rende i prodotti giapponesi molto competitivi sui mercati internazionali, allo stesso tempo crea un fenomeno di importazione dell’inflazione, soprattutto per quanto riguarda le materie prime energetiche e industriali, di cui il Giappone è uno dei più grandi importatori al mondo.

Nonostante ciò, l’indice dei prezzi al consumo, al +3% anno su anno nel mese di agosto, è ampiamente inferiore rispetto a quello di Stati Uniti e di altri paesi europei. Proprio per questo motivo la BoJ intende rimanere fedele alla sua politica accomodante, considerando l’inflazione a livelli non così preoccupanti e dopo il terrore dato da decenni di spinte deflazionistiche.

L’intervento sul mercato obbligazionario

Sul lato del reddito fisso, oggi la BoJ ha dovuto intervenire con un piano di acquisto d’emergenza così da frenare il sell-off dei titoli di stato giapponesi. La banca centrale si è offerta di comprare obbligazioni con scadenze comprese tra i cinque e i venticinque anni spendendo una cifra totale di ben ¥250 miliardi (equivalenti a $1,67 miliardi).

Tuttavia, gli effetti sono stati limitati visto che i rendimenti dei titoli a cinque e vent’anni hanno continuato a salire fino al livello più alto dal 2015.

Le vendite sul mercato obbligazionario sembrano essersi scatenate a causa della debolezza estrema della valuta nipponica che ha aumentato i timori degli investitori.

Nonostante ciò, la BoJ ha dimostrato di voler continuare il suo piano di controllo della curva dei rendimenti o YCC (Yield Curve Control) che prevede di mantenere il rendimento dei titoli di stato decennali intorno allo 0%. Vi è una correlazione negativa tra il prezzo e i rendimenti delle obbligazioni.

Oggi la banca centrale nipponica ha affermato che intende comprare ¥100 miliardi di titoli con scadenze tra i dieci e i vent’anni, altri ¥100 miliardi con scadenze tra i cinque e i dieci e ¥50 miliardi con quelle maggiori di venticinque anni. Il rendimento dei decennali ha toccato brevemente lo 0,255% per il secondo giorno di fila prima di ritornare allo 0,25%.

Le previsioni

In vista della prossima riunione, prevista per la settimana prossima, riteniamo che la Bank of Japan continuerà a mantenersi fedele alla sua politica monetaria accomodante, mantenendo i tassi di interesse al -0,1%.

Al contrario, il Consiglio Direttivo della banca centrale nipponica potrebbe rivedere le sue politiche riguardo al controllo della curva dei rendimenti a causa delle difficoltà nel mantenere elevata l’appetibilità degli investitori nei confronti di titoli di stato con un rendimento così basso.

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