Hong Kong protesta da mesi, ma per Cina e Usa contano più le trattative commerciali (per ora)

La guerra commerciale tra le due superpotenze ha richiesto che i disordini nell’ex colonia britannica passassero in secondo piano. Tuttavia, più le proteste si intensificano, più Trump potrebbe decidere di intervenire

Durante l’impasse nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, Washington e Pechino gettano un occhio sulle crescenti tensioni a Hong Kong, dove le proteste pro-democrazia proseguono ininterrottamente da mesi – e già hanno provocato le prime vittime.

Negli ultimi giorni tiene banco l’occupazione del politecnico della città, con centinaia di ragazzi (anche minorenni) barricati all’interno e la polizia che non lascia le sue posizioni d’assedio. I dimostranti chiedono più autonomia e libertà a Pechino, che invece non perde occasione per ricordare la gerarchia di potenza. L’ultima poche ore fa: dopo che l’Alta Corte di Hong Kong ha rigettato il provvedimento governativo con cui si faceva divieto di scendere in strada con il volto coperto, un portavoce ha dichiarato che l’ultima parola spetta comunque al Comitato permanente del Congresso Nazionale del Popolo – l’organo esecutivo più importante della Repubblica Popolare Cinese.

E gli Usa stanno a guardare?

Finora la salvaguardia del debole equilibrio diplomatico, necessario a portare avanti le negoziazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, ha fatto in modo che la questione di Hong Kong passasse in secondo piano. Non sono certo mancate le accuse da parte di Pechino rivolte agli Usa di sobillare e finanziare le proteste, ma di fatto nessuno ha mai preso una posizione netta – nonostante le richieste levatesi da più parti.

Adesso invece, a quanto pare, l’escalation di violenza degli ultimi giorni sta scuotendo gli animi. Già in settimana il Senato potrebbe votare una legge che disponga sanzioni alla Cina continentale per violazione di diritti umani. La proposta potrebbe essere in grado di raccogliere abbastanza consensi, tanto da poter oltrepassare persino un eventuale veto di del presidente Usa Donald Trump.

Lunedì il segretario di stato Mike Pompeo si è espresso sulla questione di Hong Kong, auspicando che la Cina “onori le sue promesse di libertà” ai cittadini dell’ex colonia britannica. Pompeo ha inoltre rivolto un appello a Trump, affinché il Presidente non si concentri solo sulla questione commerciale.

Anche Mitch McConnell, leader dei repubblicani al Senato, ha consigliato a Trump di agire e di non farsi intimorire dalle contingenze, paragonando quello che sta succedendo a Hong Kong ai fatti di piazza Tiananmen. Peccato però che qualunque azione in questo senso non farebbe altro che inimicarsi (ancora di più) il presidente cinese Xi Jinping, che già ha minacciato ritorsioni qualora gli Usa dovessero frapporsi nella gestione di un conflitto che, agli occhi della Cina, è del tutto interno.

Come ha reagito la Borsa di Hong Kong?

Paradossalmente, l’Hang Seng registra alla chiusura una crescita dell’1,55%, a 27.093,80 punti. Gioca in favore dell’indice soprattutto la seconda quotazione di Alibaba, il colosso dell’e-commerce cinese che, dopo essersi quotato a New York nel 2014, ora sbarca anche a Hong Kong. La compagnia ha dichiarato di voler chiudere anticipatamente la raccolta di capitale, grazie a una domanda particolarmente sostenuta. A rilevare è anche un certo ottimismo sui negoziati tra Cina e Usa, che restano comunque il fattore principale in grado di muovere i mercati.

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