Guerra dazi Cina-Usa: salta il vertice Apec, corsa contro il tempo per trovare nuova sede

La firma dell’accordo per la fase uno delle trattative era prevista a metà novembre in Cile, ma i recenti disordini rendono necessario un piano B

La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti sembra procedere al ritmo di un passo avanti e due indietro. Il segretario al Tesoro statunitense Stephen Mnuchin aveva appena riassicurato i mercati, annunciando ottimismo, che le tensioni internazionali rischiano un ulteriore rallentamento sulla strada di un accordo commerciale.

È stato infatti cancellato il summit Apec (Asian-Pacific Economic Cooperation), programmato per il 16-17 novembre in Cile, a causa delle forti proteste che da settimane infiammano il paese. Lo ha annunciato ieri il presidente cileno Sebastian Pinera, spiegando che al momento il paese ha bisogno di concentrarsi sulla difficile situazione interna.

Cosa succede ora?

Il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping avrebbero dovuto incontrarsi a Santiago del Cile, proprio in occasione del summit, per porre la firma sul documento che sancisce la fine della “fase 1” dei colloqui commerciali, conclusa con un accordo di massima nella prima metà di ottobre.

Non che i leader debbano ora rinunciare a incontrarsi. Si parla già di eventuali sedi alternative (Alaska, Hawaii, ma anche Macau), ma il fattore tempo potrebbe far temere il peggio per i mercati: mancano poche settimane infatti alla partenza dei nuovi dazi commerciali nei confronti della Cina, che scatteranno a partire dal 15 dicembre. “Cina e Stati Uniti stanno lavorando per selezionare una nuova sede per la firma della Fase Uno dell’accordo commerciale”, ha dichiarato con un tweet Trump. “Lo firmeremo!”

A che punto siamo arrivati?

Fino a dieci giorni fa, l’ottimismo spadroneggiava. Tanto Xi Jinping quanto Trump auspicavano una distensione in vista della firma del mini-accordo (che prevede un’intesa sulla regolamentazione della cessione della proprietà intellettuale alle aziende cinesi, per lo più tech, oltre alla garanzia di esportazioni agricole per gli Usa e l’apertura dei mercati finanziari in Cina).

La situazione è tornata a incrinarsi già da ieri, quando gli Usa hanno proposto un bando in Cina agli equipaggiamenti per le telecomunicazioni. Continua inoltre a sollevare problemi anche l’accusa da parte degli Usa sulle violazioni dei diritti umani in Cina. Inoltre, secondo le ultime indiscrezioni, Trump vorrebbe che l’acquisto di prodotti agricoli diventasse un punto fondamentale dei negoziati, mentre la Cina preferirebbe non vincolarsi a dichiarazioni troppo specifiche – soprattutto dopo la febbre suina che ha colpito la Cina, Pechino non è così certa che sia necessario comprare ingenti quantità di soia.

Gli indicatori della guerra commerciale

Le tensioni commerciali si riversano su una quantità di ambiti che ne rende sempre più palesi le conseguenze. Ieri Apple ha pubblicato i dati relativi all’ultimo trimestre: i risultati sono stati complessivamente positivi, ma l’azienda di Cupertino ha rilevato una flessione della vendita di iPhone (il suo prodotto di punta) dovuta proprio ai dazi sulle microtecnologie e semiconduttori necessari alla produzione.

La decisione di ieri della Federal Reserve di abbassare i tassi di interesse a 1,50-1,75% ha catalizzato l’attenzione dei mercati e stamattina le Borse asiatiche hanno chiuso stamattina in leggero rialzo (Nikkei +0,37, Topix + 1,11%, Shangai Composite unica negativa a -0,35%). Durante la giornata invece i listini statunitensi hanno accusato le nuove tensioni emerse sul fronte della guerra commerciale: Dow Jones -0,64%, Nasdaq -0,18%, S&P500 -0,46%.

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La guerra commerciale globale di Trump

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