Cina, rallenta il Pil trimestrale: economia cresce “solo” del 6%

Era dal 1992 che l’economia cinese non subiva un rallentamento così forte. Pesa la debole domanda interna, ma soprattutto la guerra commerciale con gli Usa

Crescita trimestrale del Pil del 6% per la Cina: un valore apparentemente straordinario agli occhi degli europei, ma che in Cina segna il rallentamento più forte degli ultimi 30 anni. L’economia cinese manca infatti per la seconda volta consecutiva l’obiettivo governativo del 6,5% (lo scorso trimestre ha registrato una crescita del 6,2%).

A cosa è dovuto il rallentamento dell’economia cinese?

Il calo dell’export a livello globale, soprattutto nel settore manifatturiero, e la guerra dei dazi con gli Stati Uniti giocano un ruolo rilevante. All’inizio della settimana, il Fondo Monetario Internazionale ha previsto un rallentamento dell’economia globale dal 3,2 al 3% proprio a causa delle tensioni commerciali tra le due superpotenze. Anche le previsioni per il quarto trimestre sono pessimistiche, con una crescita prevista del 5,9%. I consumi sono scesi soprattutto nel settore dei trasporti di merce, produzione di energia e nella spesa per le assunzioni e i servizi di intrattenimento.

I tentativi di dare nuovi impulsi stimolando la domanda interna sono vani. Pesa infatti il forte debito accumulato dal paese, dopo la politica governativa di alleggerimento dei tassi. Inoltre, potrebbe aver contribuito al rallentamento anche l’influenza suina e i danni che ha provocato agli allevamenti (la Cina è il primo produttore al mondo di carne di maiale – motivo per cui risultano fondamentali le importazioni di soia, esportata in grandi quantità proprio dagli Stati Uniti).

Da Pechino si fa comunque strada l’idea di emettere obbligazioni per il 2020, così da riuscire a dare un nuovo stimolo agli investimenti, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture regionali. Buoni invece i dati sulla produzione industriale, cresciuta a settembre del 5,8% su base annua (ad agosto aveva segnato +4,4%), e sulle vendite al dettaglio, aumentate dell'8,2% dall’inizio dell’anno.

Quanto pesa il dato sul quadro generale?

L’Istituto Nazionale di Statistica cinese ha contestualizzato tale rallentamento, offrendo una visione più ampia (e ottimistica). Oltre a essere in linea con le previsioni, una crescita del 6% si pone in linea con quelle dei precedenti trimestri. Ci si aggrappa comunque al cauto ottimismo sull’andamento della guerra commerciale con gli Stati Uniti.

L’11 ottobre, durante l’incontro alla Casa Bianca tra il premier cinese Liu He e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è stato trovato un accordo di massima su tre temi principali: importazioni agricole da parte della Cina, apertura del mercato cinese ai servizi finanziari esteri e regolamentazione della proprietà intellettuale delle aziende tech in procinto di aprire in Cina. Trump ha parlato di “Fase uno” dei negoziati, ancora da ratificare (una firma potrebbe arrivare a metà novembre, quando il presidente Usa incontrerà il suo omologo cinese Xi Jinping in Cile, durante il vertice Apec).

La reazione dei mercati

Dall’iniziale ottimismo per l’accordo, i rapporti si sono tuttavia raffreddati. Ogni sviluppo si è riflettuto sugli indici globali, che oggi scontano soprattutto il rallentamento dell’economia cinese. Shangai ha chiuso stamattina a -1,32%, China A50 Future a -1,53%, SZSE Component a -1,16%. Leggermente sotto lo zero anche l’Europa, con il solo Dax (Germany 30) che segna un aumento dello 0,24%. Dopo l’impennata di ieri, il cambio EUR/USD si assesta a quota 1,1130.

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