Guerra valutaria in corso, la Cina procede a un’altra svalutazione

Nuove sorprese dalla PBoC che decide di deprezzare lo yuan rispetto al dollaro

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Fonte Bloomberg

Ieri la PBoC (People’s Bank of China) ha mentito ai mercati dichiarando che la svalutazione dello yuan fosse una manovra straordinaria, “una tantum”. Invece anche oggi l’istituto centrale ha scelto di svalutare lo yuan contro dollaro dell’1,6%. Nel dettaglio la PBoc ha alzato il punto medio della fluttuazione del cambio dollaro statunitense/yuan da 6,2298 a 6,3306. Ricordiamo come ieri la stessa banca centrale avesse incrementato il cambio medio di riferimento da 6,1162 a 6,2298.

Tali misure dell’istituto centrale della Repubblica Popolare hanno fatto tornare le tensioni legate alla guerra valutaria. La scelta della PBoC è soprattutto legata al forte calo delle esportazioni evidenziato nei numeri pubblicati nello scorso weekend. Nel mese di luglio le esportazioni cinesi hanno, infatti, evidenziato una discesa dell'8,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Tante contraddizioni in Cina. Un paese davanti al bivio tra statalismo e liberismo. L’ultima manovra sembra quindi andare verso uno yuan più flessibile e meno controllato dal Governo. Le misure precedenti invece a sostegno della Borsa (blocco delle vendite ponendo un divieto per 6 mesi ai grandi azionisti anche stranieri di cedere le proprie quote sul mercato e prestito di fondi alla China Securities Finance Corp per acquistare azioni) erano state invece più vicine a un modello di controllo del sistema.

Sia per il governatore della PBoC (Zhou Xiaochuan) sia per i vertici del Governo cinese (Xi Jinping e Li Keqiang) le scelte di politica economica saranno sempre più difficili in futuro. Combattere il rallentamento dell’economia, i rischi di deflazione e i pericoli dello shadow banking sarà un compito estremamente arduo.

Riteniamo che serviranno ulteriori manovre per stabilizzare i mercati, cercando, tuttavia, di continuare il processo di riforme strutturali per una ulteriore liberalizzazione dei mercati. Più liberismo meno statalismo per la Cina che vuole far parte del mercato globale. 

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