Non-farm payrolls crollano a marzo: oltre 700 mila posti di lavoro in meno negli Usa

Il dato sulle buste paga di marzo negli Stati Uniti è ben superiore rispetto alle aspettative, ma non stupisce i mercati, che si preparano al peggio

Era dal 2010 che il livello delle buste paga nel settore non agricolo non registrava una contrazione. Eppure, il dato era ampiamente previsto – sebbene i numeri reali abbiano superato di gran lunga le aspettative. Nelle prime due settimane di marzo il numero dei posti di lavoro negli Stati Uniti è sceso di 701 mila unità. Il valore è vicino ai livelli raggiunti nel 2009 (quando a perdere il lavoro erano state oltre 800 mila persone, a causa degli strascichi della crisi finanziaria partita nel 2008).

Cosa ci dicono i dati di oggi sulla crisi coronavirus?

D’altra parte, i dati rilasciati oggi dal Labor Department mostrano solo l’inizio di uno scenario che, nelle prossime settimane, può solo peggiorare. Il report fa infatti riferimento a dati fino al 12 marzo, prima ancora che la Casa Bianca raccomandasse ai singoli stati di implementare serie misure di lockdown per garantire il distanziamento sociale, reale responsabile della perdita di lavoro per migliaia (milioni, stando a quanti hanno inoltrato per la prima volta richiesta per un sussidio di disoccupazione, come lo stesso dipartimento ha annunciato solo ieri) di cittadini statunitensi.

Analizzando i dati per settore, si nota come il crollo maggiore sia avvenuto all’interno del comparto relativo al turismo e ai servizi di accoglienza: hotel, alberghi, ristoranti, bar, in cui sono stati persi circa 459 mila posti di lavoro (di cui 417 mila dal comparto di distribuzione cibo e bevande); segue il settore dell’assistenza sociale, meno 61 mila posti di lavoro, servizi professionali (meno 52 mila). Unica nota positiva, l’amministrazione pubblica, che nell’ultimo periodo ha assunto circa 18 mila impiegati.

È un ricordo anche il tasso di disoccupazione fermo al 3,5%, il dato più basso negli Usa degli ultimi cinquant’anni: i numeri di oggi restituiscono l’immagine di una nazione in cui ad essere senza lavoro è il 4,4% della popolazione, con un rialzo mensile che non si osservava dal 1975.

Ma gli indici sembrano aver accusato il colpo, in considerazione del fatto che il dato di oggi, per quanto abbia superato ogni previsione (gli analisti avevano sì previsto una contrazione, ma ferma alle 100 mila unità), comunque non arrivano ancora a toccare le stime della Bank of America, che ha calcolato una perdita tra i 16 e i 20 milioni, per un tasso di disoccupazione pronto a schizzare al 15,6%; a una conclusione simile è arrivata anche Goldman Sachs, che ha stimato un tasso di disoccupazione fino al 15% e una flessione dell’economia Usa nel 2020 fino al 6%.

Cos’altro ha influenzato gli indici Usa?

Con la prospettiva di una grave recessione in arrivo e, intanto, le vittime di coronavirus che hanno raggiunto un milione in tutto il mondo e oltre 4 miliardi di persone in isolamento (più della metà della popolazione globale), l’unica certezza degli investitori sui mercati finanziari sembra essere tornato il dollaro che scambia con l’euro a 1,0787, mentre il cambio GBP/USD viaggia a quota 1,2251 e quello USD/JPY a 108,605.

D’altra parte, poco dopo il dato sui Nfp è arrivato anche quello sull’indice Ism non manifatturiero, che ha registrato valori non solo più alti del previsto, ma persino positivi: a marzo il comparto ha osservato un’espansione con 52,5 punti rispetto alle previsioni che lo volevano a 44 punti – per quanto il valore abbia registrato comunque un ribasso rispetto a febbraio, quanto si era assestato a quota 57,3 punti.

Come hanno reagito gli azionari Usa?

Nonostante i non-farm payrolls, in apertura gli indici Usa sembravano aver accusato il colpo in maniera relativa. Resta tuttavia alta la volatilità sul mercato e, al momento, i listini sono tornati a viaggiare tutti al di sotto della parità: il Dow Jones perde lo 0,97%, il Nadsaq lo 0,50%, l’S&P 500 lo 0,51%.

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Coronavirus e volatilità sui mercati

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