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CRISI IN MEDIO ORIENTE

Petrolio, shock di offerta e paura sui mercati: WTI fino a $115, poi ritorno sotto i $100

Il greggio apre la settimana con una volatilità estrema: il mercato teme un blocco prolungato di Hormuz, valuta il rischio di uno shock energetico globale e torna a interrogarsi sugli effetti su inflazione, crescita e prezzi dei carburanti.

Fonte: Bloomberg

Written by

Filippo A. Diodovich

Filippo A. Diodovich

Senior Market Strategist per IG Italia

Data di pubblicazione

Petrolio oggi: perché il mercato teme uno shock di offerta

Il petrolio apre la settimana con un movimento rialzista causato dalla paura degli investitori per uno shock di offerta. Dopo il violento spike in apertura fino a $115 sul WTI e il successivo riassorbimento in area $99, il messaggio del mercato resta comunque molto chiaro: la volatilità è estrema e il premio al rischio geopolitico è aumentato rispetto alla scorsa settimana.

Il fatto stesso che i prezzi abbiano potuto spingersi così in alto in poche ore conferma quanto il mercato sia sensibile a qualsiasi notizia su Hormuz, sui flussi dal Golfo e sulle infrastrutture energetiche regionali. Nelle ultime 24 ore i benchmark internazionali hanno toccato i livelli più alti dal 2022, con movimenti eccezionalmente ampi legati ai timori di interruzioni su larga scala dell’offerta di greggio.

Hormuz resta il vero epicentro del rischio

Il punto centrale, adesso, è che il petrolio non sta più reagendo solo a dichiarazioni aggressive o a titoli di agenzia: sta reagendo alla percezione che la situazione sullo Stretto di Hormuz possa trasformarsi in un blocco più lungo e più costoso del previsto. Il mercato sta trattando questa crisi come un potenziale shock fisico sull’offerta globale.

La backwardation elevata — ovvero la situazione in cui il prezzo del petrolio sui contratti future a breve scadenza è più alto rispetto a quello dei contratti a lunga scadenza —, il rally dei prodotti raffinati e l’impennata dei prezzi del greggio segnalano proprio questo: scarsità immediata, non soltanto paura astratta.

La crisi attuale è peggiore degli shock petroliferi degli anni ’70?

Gli shock degli anni ’70 furono più violenti e soprattutto più persistenti. Sul piano della durata e della profondità macroeconomica, oggi non siamo ancora a quel livello. Tuttavia, questa crisi ha già una natura simile: nasce da un grande shock geopolitico in Medio Oriente, colpisce una rotta energetica cruciale e riporta in primo piano il rischio di stagflazione.

La vera differenza rispetto agli anni ’70 è strutturale. Oggi le economie avanzate sono meno dipendenti dal petrolio in termini di intensità energetica, le banche centrali hanno maggiore credibilità e gli stock di emergenza sono meglio organizzati. Questo rende l’economia globale un po’ più resiliente. Ma attenzione: la dipendenza dal Golfo per i flussi marittimi resta enorme e, se il blocco di Hormuz si prolungasse davvero per settimane, anche il paragone con i grandi shock storici smetterebbe di essere solo evocativo e diventerebbe molto più concreto.

Riserve strategiche: quando possono aiutare davvero

Le riserve strategiche servono proprio quando c’è una grave interruzione fisica dell’offerta, o un rischio credibile che tale interruzione possa provocare una disfunzione di mercato molto pesante. Non sono uno strumento pensato per tenere bassi i prezzi in modo permanente, né per annullare un trend rialzista strutturale.

La loro funzione è soprattutto quella di guadagnare tempo: immettere barili sul mercato mentre si cerca di ripristinare i flussi. Al momento le riserve strategiche non dovrebbero essere utilizzate, ma potrebbero entrare in gioco per attenuare il panico sui mercati e coprire vuoti temporanei di offerta. Se il conflitto si prolungasse e lo Stretto di Hormuz restasse fortemente compromesso, le riserve strategiche non basterebbero da sole a neutralizzare il problema.

Scenari a un mese per WTI e Brent

Se nelle prossime settimane dovessimo assistere a un conflitto ancora aperto ma con una riapertura anche solo parziale di Hormuz, lo scenario più probabile resta quello di un petrolio stabilmente alto ma senza nuovi spike rialzisti. In questo caso crediamo che il WTI possa muoversi in un corridoio compreso fra $95 e $115 e il Brent fra $100 e $120 entro un mese: livelli compatibili con traffico marittimo parziale, minacce ancora elevate e capacità di compensazione solo incompleta da parte di altri produttori o delle scorte.

Se invece il conflitto dovesse protrarsi con nuovi danni a infrastrutture nel Golfo, ulteriori tagli produttivi in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita o Emirati e soprattutto con un blocco persistente di Hormuz, allora il mercato entrerebbe in una fase diversa: non più solo premio al rischio, ma vero pricing di uno shock energetico globale. In quel caso, nel giro di un mese il WTI potrebbe salire verso $120-$150 e il Brent verso $125-$160, con punte anche superiori a $200 nelle sedute più caotiche.

Lo scenario ribassista esiste, ma al momento appare meno probabile. Richiederebbe una combinazione piuttosto precisa: ripresa del traffico nello Stretto, assenza di nuovi attacchi contro asset energetici regionali, segnali politici di contenimento e magari anche un rilascio coordinato di scorte che convinca il mercato che il peggio è alle spalle. Solo in quel caso il WTI potrebbe tornare in area $80-$90 e il Brent in area $85-$95 entro un mese. Allo stato attuale, però, il mercato non sembra ancora pronto a prezzare con convinzione una vera normalizzazione.

Inflazione, gas e stagflazione: i rischi per Europa e Italia

Il FMI ha già avvertito che un aumento del 10% del petrolio, se mantenuto per gran parte dell’anno, può aggiungere circa 0,4 punti percentuali all’inflazione globale. Riteniamo che un incremento duraturo di $10 al barile possa valere circa 0,2-0,3 punti percentuali di inflazione in più. Se i prezzi petroliferi restassero stabilmente sopra $100 e magari verso $110-$120 per settimane o mesi, il colpo su inflazione e aspettative inflazionistiche sarebbe significativo.

Per l’Europa il problema è doppio: non c’è solo il petrolio, ma anche l’aumento del prezzo del gas, che si riflette sui costi dei trasporti e della logistica. Gli shock energetici sottraggono reddito reale alle economie importatrici e tendono a rallentare la crescita mentre spingono in alto l’inflazione. È esattamente da qui che nasce il timore di stagflazione. Per l’Italia la situazione è particolarmente delicata, perché il nostro sistema produttivo resta ancora molto sensibile ai costi energetici.

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