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CRISI IN MEDIO ORIENTE

Petrolio, Hormuz e mercati: perché l’escalation Iran-Usa-Israele scuote energia, borse e valute

La crisi in Medio Oriente riporta al centro petrolio, inflazione e beni rifugio: occhi sullo Stretto di Hormuz, snodo chiave per gli equilibri energetici globali

Fonte: Bloomberg

Written by

Filippo A. Diodovich

Filippo A. Diodovich

Senior Market Strategist per IG Italia

Data di pubblicazione

Attacco all’Iran e shock petrolio

Il tema dominante della giornata è capire come potrà muoversi il petrolio dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un’operazione che, secondo le principali ricostruzioni internazionali, ha portato all’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e di numerosi esponenti di vertice del sistema iraniano.

La risposta di Teheran è stata immediata e molto più ampia rispetto al passato, con un allargamento delle tensioni anche ad altri snodi strategici del Golfo.

Stretto di Hormuz sotto osservazione

Il vero punto chiave per i mercati, e quello da monitorare per tutta la settimana, resta lo Stretto di Hormuz. In questo momento il nodo non è soltanto formale, ma operativo: il transito delle navi è stato fortemente compromesso, con diversi operatori che hanno sospeso o rinviato i passaggi e con avvisi ufficiali che invitano le imbarcazioni a evitare l’area.

È un passaggio cruciale, perché da lì transita circa il 20% dei consumi globali di liquidi petroliferi e una quota rilevante del commercio energetico marittimo.

US Crude in forte rialzo

Sul grafico dell’US Crude abbiamo assistito a un gap rialzista molto marcato. Dalla chiusura di venerdì in area$67, i prezzi sono saliti fino a un massimo intraday  a $74,75, con un rialzo superiore al 10%. Nel weekend si era arrivati anche in area $78.

È una dinamica tipica degli shock geopolitici: il mercato tende a prezzare in modo molto rapido il rischio di interruzione dell’offerta, con movimenti iniziali estremamente violenti e forte aumento della volatilità. Il quadro di mercato osservato nelle ultime ore conferma proprio questo schema.

Scenari: tregua o ulteriore escalation, ritorno a $70 o allungo fino a $100

La variabile decisiva, da qui in avanti, è la durata del conflitto. Se l’escalation dovesse rientrare rapidamente e si arrivasse a un armistizio in tempi brevi, il petrolio potrebbe ritracciare parte del movimento, riavvicinandosi ai livelli precedenti senza necessariamente annullare del tutto il premio al rischio accumulato. In uno scenario del genere, il mercato inizierebbe a scontare una graduale normalizzazione dei flussi energetici e una riduzione della componente emotiva che ha dominato la prima reazione.

Se invece il conflitto dovesse protrarsi e soprattutto il blocco di Hormuz restasse effettivo a lungo, gli obiettivi sul greggio diventerebbero molto più ambiziosi. In questo caso, area $90 diventerebbe un riferimento realistico e un approdo in area $100 sarebbe possibile qualora la crisi dovesse prolungarsi oltre qualche settimana. Il mercato, in presenza di una strozzatura su un chokepoint energetico così rilevante, tende infatti a prezzare non solo il danno attuale ma anche il rischio di una carenza prolungata di offerta.

Inflazione e banche centrali

Un petrolio su livelli così elevati rappresenta il principale rischio macroeconomico. Un eventuale passaggio verso $90 o $100, e ancor più in caso di estensioni verso aree superiori, avrebbe un impatto significativo su inflazione, costi energetici e aspettative delle banche centrali.

Il punto di mercato è semplice: più l’energia resta cara, più aumenta il rischio che Fed, BCE e altre autorità monetarie debbano muoversi con maggiore cautela sul fronte dei tassi.

Analisi tecnica US Crude

Dal punto di vista tecnico, sull’US Crude la prima resistenza passa in area $74,75, corrispondente ai massimi segnati in apertura delle contrattazioni ufficiali.

Guardando a un orizzonte più ampio, il primo obiettivo si colloca in area $77,70, sui massimi di giugno 2025, mentre il secondo target si posiziona attorno a $79,60-$80, in corrispondenza dei picchi di gennaio 2025.

Si tratta di livelli chiave di medio-breve periodo che diventano particolarmente rilevanti nel caso in cui la tensione geopolitica dovesse ulteriormente intensificarsi.

OPEC+ e rischio offerta

Molti Paesi produttori, a partire da OPEC+, proveranno ad aumentare l’offerta per evitare una fiammata ancora più ampia dei prezzi. Un incremento è già stato annunciato per aprile, ma il vero problema resta la capacità di risposta immediata nel brevissimo termine. I Paesi che dispongono di margini più rapidi sono pochi, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

E proprio qui si innesta il rischio maggiore: se l’escalation dovesse colpire anche infrastrutture energetiche nel Golfo, il mercato potrebbe spingere il greggio ben oltre gli $80 nel breve e riaprire scenari verso $100 o oltre nel medio periodo.

Brent volatile ma impostato al rialzo

Per quanto riguarda il Brent, il rialzo resta dello stesso ordine di grandezza, attorno all’8,5%. Il contratto ha segnato un picco in area $82 e un minimo intraday in area $76, confermando una volatilità molto elevata. Lo scenario di breve-medio periodo resta rialzista, anche se dopo lo spike iniziale si è vista una fase di ritracciamento seguita da un nuovo tentativo di salita. In questo contesto, la gestione del rischio diventa centrale: l’alta volatilità può creare opportunità operative, ma aumenta in modo sensibile anche il rischio di movimenti improvvisi e violenti.

Analisi tecnica Brent

Sul piano tecnico, per il Brent la prima resistenza resta in area $82, cioè sui massimi segnati nella fase iniziale dello shock. Un consolidamento sopra questa soglia rafforzerebbe l’impostazione rialzista e potrebbe aprire spazio a ulteriori estensioni con obiettivi long ipotizzabili a $87,70, picco del luglio 2024.

Sul lato opposto, il primo supporto si colloca in area $76, minimo intraday della seduta: una tenuta di questo livello manterrebbe intatta la struttura di breve, mentre una rottura riporterebbe il mercato verso una fase di riassestamento dopo la prima ondata di acquisti.

Borse europee sotto pressione

Sul fronte azionario, gli indici europei stanno reagendo in modalità risk-off. Il Germany 40, che venerdì si era avvicinato ai massimi storici in area 25.510, ha aperto con un gap ribassista molto marcato, andando a testare i supporti dei minimi del 17 febbraio in area 24.680. Un conflitto di questa portata aumenta i timori di inflazione, peggiora la visibilità sul ciclo economico e riporta sul tavolo il rischio di uno shock energetico simile, almeno nella logica di mercato, a quelli storicamente più destabilizzanti.

Le borse europee hanno infatti aperto in deciso calo, con i titoli più esposti a consumi e trasporti tra i più penalizzati.

Nasdaq 100 e tecnologia in difficoltà

Negli Stati Uniti, il Nasdaq 100 risulta tra gli indici più penalizzati. Il comparto tecnologico soffre particolarmente nelle fasi di avversione al rischio, soprattutto quando il mercato teme che un nuovo shock energetico possa tradursi in pressioni inflazionistiche e quindi in minore margine di manovra per la Federal Reserve.

L’indice si trova a 24.516 punti e si avvicina ai minimi del 17 febbraio a 24.382; in caso di rottura, il supporto successivo passa in area 24.150, sui minimi del 6 febbraio.

Oro, argento e beni rifugio

In un contesto di tensione crescente, gli investitori tornano a privilegiare gli asset difensivi. L’oro beneficia della ricerca di protezione, mentre l’argento prova a ricostruire forza dopo la debolezza delle scorse settimane. I prezzi dell'oro sono saliti in area $5400 l'oncia non troppo lontani dal prossimo obiettivio a $5446, picchi del 30 gennaio, e dai massimi storici a $5597, registrati il 29 gennaio. L'argento si attesta a $95,20 dando continuità al rally partito dai bottom del 6 febbraio.

La logica resta coerente con il quadro generale: quando aumenta il rischio geopolitico e cresce l’incertezza sulla traiettoria macro, il mercato tende a rafforzare l’esposizione verso beni rifugio e asset percepiti come più difensivi.

Dollaro forte e volatilità in aumento

Sul mercato valutario viene premiato il dollaro. L’euro-dollaro è sceso a 1,1715, rompendo il supporto a 1,1742, mentre il biglietto verde si rafforza anche contro il franco svizzero. Si tratta di un movimento coerente con una fase di forte avversione al rischio: in questi contesti il dollaro tende a essere ricercato per la sua liquidità, mentre l’indice di volatilità torna a salire e segnala un mercato ancora molto nervoso, con margine per ulteriori accelerazioni se il quadro geopolitico dovesse peggiorare.

Piazza Affari in difficoltà

La crisi in Medio Oriente tende a pesare anche su Piazza Affari, perché aumenta l’avversione al rischio in Europa e spinge gli investitori a ridurre l’esposizione ai listini più ciclici. L’aumento dei prezzi del petrolio alimenta inoltre le aspettative di maggiori pressioni su inflazione e costi energetici, due fattori che possono comprimere il sentiment sul mercato italiano.

Titoli italiani da monitorare

Tra i titoli italiani, Eni è tra i potenziali beneficiari nel breve se il greggio dovesse restare su livelli molto elevati. Anche Leonardo può rafforzarsi, perché un’escalation geopolitica tende a favorire il comparto difesa europeo. Più vulnerabili appaiono invece i titoli legati a consumi, trasporti e banche, perché energia più cara, margini sotto pressione e maggiore incertezza macro possono frenare crescita e propensione al rischio. In Europa, nelle prime reazioni di mercato, i comparti difesa ed energia sono infatti quelli che hanno mostrato relativa tenuta rispetto al resto dei listini.

Mercati in modalità risk-off

La situazione resta estremamente fluida. I mercati stanno reagendo in piena modalità risk-off e i prossimi sviluppi, in particolare sullo Stretto di Hormuz, sull’eventuale durata del blocco e sul possibile allargamento del conflitto, saranno determinanti per la direzione di petrolio, borse, valute e beni rifugio nelle prossime settimane. In questa fase il petrolio è il barometro centrale del rischio macro-finanziario globale

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