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MERCATO DEL PETROLIO

Mappa del petrolio: chi produce, chi ha le riserve e chi domina l’export (con focus Italia e Golfo)

Dalla leadership produttiva di Stati Uniti, Arabia Saudita e Russia alle maxi-riserve concentrate in Venezuela e Medio Oriente: i numeri chiave del mercato petrolifero globale e perché contano per prezzi, sicurezza energetica e rischio geopolitico

Fonte: Bloomberg

Written by

Filippo A. Diodovich

Filippo A. Diodovich

Senior Market Strategist per IG Italia

Data di pubblicazione

Produzione di petrolio: chi estrae di più

Nel 2025 il vertice del sistema resta saldamente nelle mani di Stati Uniti, Arabia Saudita e Russia. Gli Stati Uniti mantengono il primo posto grazie allo shale, che rende l’offerta americana più flessibile e reattiva rispetto a quella di molti competitor. Arabia Saudita e Russia continuano invece a essere i due grandi poli del mercato tradizionale, con un peso enorme non solo in termini produttivi ma anche in termini di influenza sui prezzi globali.

Subito dietro si muove un secondo gruppo molto importante, composto da Canada, Iraq, Cina, Brasile, Iran, Emirati Arabi Uniti e Kuwait. Qui il messaggio da tenere presente è semplice: la classifica della produzione conta, ma nel petrolio contano ancora di più la capacità esportabile, la qualità del greggio, l’accesso ai terminali e la continuità dei flussi.

La classifica dei primi 10 produttori di petrolio nel 2025

Sulla base delle stime EIA più recenti disponibili, la graduatoria 2025 dei principali produttori mondiali di greggio può essere ricostruita così:

  1. Stati Uniti: 13,59 milioni di barili al giorno
  2. Arabia Saudita: 9,33 milioni di barili al giorno
  3. Russia: 9,11 milioni di barili al giorno
  4. Canada: circa 5,3 milioni di barili al giorno
  5. Iraq: 4,33 milioni di barili al giorno
  6. Cina: circa 4,3 milioni di barili al giorno
  7. Brasile: 3,8 milioni di barili al giorno
  8. Iran: 3,38 milioni di barili al giorno
  9. Emirati Arabi Uniti: 3,36 milioni di barili al giorno
  10. Kuwait: 2,49 milioni di barili al giorno

Un aspetto interessante è che gli Stati Uniti restano nettamente al primo posto, ma il baricentro geopolitico del petrolio continua a stare nel Golfo e nell’area OPEC+, perché lì si concentra una parte decisiva della capacità inutilizzata e della produzione che può essere modulata più rapidamente per influenzare il mercato.

Riserve: chi ha il “serbatoio” più grande

Le riserve provate fotografano la potenza di lungo periodo, non necessariamente la capacità di esportare subito. Nel petrolio questa differenza è fondamentale: un Paese può avere riserve gigantesche ma restare limitato da sanzioni, carenze infrastrutturali, problemi di qualità del greggio o instabilità politica.

A fine 2024 le riserve provate mondiali di petrolio ammontavano a circa 1.567 miliardi di barili, e i Paesi OPEC ne detenevano quasi l’80%. Questo dice già moltissimo sulla geografia del potere energetico: nel lungo periodo il cuore del petrolio mondiale resta in Medio Oriente, con una forte presenza anche del Venezuela.

Sulla base dei dati OPEC del 2025, la graduatoria dei principali paesi per le dimesioni delle proprie riserve di petrolio può essere ricostruita così (in miliardi di barili)

  1. Venezuela: 303,0
  2. Arabia Saudita: 267,2
  3. Iran: 208,6
  4. Canada: 163,0
  5. Iraq: 145,0
  6. Emirati Arabi Uniti: 113,0
  7. Kuwait: 101,5
  8. Russia: 80,0
  9. Libia: 48,4
  10. Nigeria: 37,3

Il punto chiave, però, è che nel petrolio le riserve non coincidono automaticamente con il peso di mercato nel breve termine. Per muovere davvero i prezzi servono investimenti, stabilità e soprattutto flussi continui verso il mercato internazionale.

L'importanza dei flussi

Se nel gas la geografia ruota attorno a gasdotti e LNG, nel petrolio il vero cuore del sistema è fatto di terminali, oleodotti di evacuazione e rotte marittime. È qui che si misura la vulnerabilità del mercato globale.

Il primo snodo è senza dubbio lo Stretto di Hormuz, il choke point più importante del petrolio mondiale. Secondo l’EIA, nel primo semestre 2025 Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno assorbito insieme il 74% dei flussi di greggio e condensati transitati da Hormuz. Questo significa che il rischio geopolitico legato al Golfo colpisce soprattutto l’Asia.

Il secondo punto da sottolineare è che il petrolio vive sulla differenza tra scorte e flussi. Le scorte strategiche possono tamponare uno shock e guadagnare tempo, ma non sostituiscono in modo duraturo i flussi quotidiani provenienti dai grandi Paesi esportatori. Se il problema in Medio Oriente riguarda rallentamenti, interruzioni o blocchi dei flussi fisici, allora qualsiasi soluzione basata sulle scorte resta per definizione temporanea. La vera normalizzazione del mercato arriva solo quando si ripristina la regolarità dei flussi.

Per questo gli operatori guardano con molta attenzione anche alle infrastrutture che possono bypassare in parte Hormuz. L’Arabia Saudita dispone dell’oleodotto Est-Ovest verso il Mar Rosso, mentre gli Emirati Arabi Uniti possono contare sulla linea verso Fujairah. Sono valvole di sicurezza importanti, ma non eliminano del tutto il rischio di un grande shock logistico nell’area del Golfo.

Export di petrolio: chi vende di più?

Qui serve una distinzione importante: i maggiori produttori non coincidono sempre con i maggiori esportatori. Gli Stati Uniti, per esempio, producono moltissimo ma assorbono anche una quota rilevante di barili nel proprio sistema interno. Al contrario, Paesi come Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti hanno un modello più fortemente orientato all’export.

L’Arabia Saudita resta il riferimento principale. I dati EIA mostrano che nel 2023 esportava circa 7,0 milioni di barili al giorno di greggio e rappresentava da sola circa il 34% delle esportazioni di greggio dell’OPEC. L’Iraq si conferma un altro grande esportatore strutturale, con esportazioni marittime nel 2024 superiori a 3,2 milioni di barili al giorno. Gli Emirati Arabi Uniti restano un tassello fondamentale del sistema energetico asiatico, con gran parte delle esportazioni dirette verso l’Asia-Pacifico.

Gli Stati Uniti meritano un discorso a parte. Pur non avendo il modello tipico dei produttori del Golfo, sono ormai stabilmente tra i protagonisti del commercio mondiale di greggio. I dati EIA pubblicati a marzo 2026 mostrano che le esportazioni americane di greggio nel 2025 sono diminuite del 3% rispetto al 2024, ma restano comunque su livelli storicamente elevati. È la conferma di quanto la rivoluzione shale abbia trasformato Washington da importatore strutturale a grande player dell’offerta globale.

In sintesi, i nomi da tenere d’occhio sul fronte export sono soprattutto Arabia Saudita, Russia, Iraq, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti e Canada. Ma anche qui il punto decisivo non è solo il volume: è la continuità dei flussi.

Come si rifornisce l’Italia?

Per l’Italia, come nel gas, la parola chiave resta diversificazione. Il Paese è fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio e il greggio arriva soprattutto via mare verso raffinerie e terminali costieri. In questo sistema, il corridoio di Trieste e l’oleodotto TAL hanno un’importanza strategica non solo per l’Italia ma anche per l’Europa centrale.

La produzione domestica italiana è limitata e non cambia il quadro di fondo: il fabbisogno viene coperto con un mix di approvvigionamenti da Nord Africa, Caspio, Medio Oriente e altri mercati internazionali. Questo significa che l’Italia è meno dipendente da un singolo fornitore rispetto ad altri Paesi, ma resta esposta a shock sui prezzi internazionali, ai costi di trasporto e a eventuali tensioni sui principali snodi marittimi.

Per Roma il rischio principale non è tanto l’assenza fisica di barili nel brevissimo periodo, quanto l’aumento del premio geopolitico sul greggio e dei costi di approvvigionamento in caso di escalation nel Golfo o nel Mediterraneo allargato.

Quale Paese importa di più petrolio dai Paesi del Golfo

Se per Paesi del Golfo intendiamo soprattutto i grandi esportatori che gravitano attorno allo Stretto di Hormuz, il baricentro della domanda è chiaramente in Asia. L’EIA stima che nel primo semestre 2025 circa l’84% del greggio e condensato transitato da Hormuz sia andato ai mercati asiatici, e che i quattro principali destinatari siano stati ancora una volta Cina, India, Giappone e Corea del Sud.

La Cina è il principale riferimento in termini assoluti, sia perché è il primo importatore mondiale di petrolio, sia perché assorbe una quota enorme dei flussi mediorientali. L’India è il secondo grande polo della domanda asiatica e continua ad aumentare il proprio peso nel mercato internazionale. Giappone e Corea del Sud importano meno in volume rispetto a Cina e India, ma risultano molto vulnerabili in termini relativi, perché dipendono fortemente dalle importazioni via mare.

Gli Stati Uniti, al contrario, oggi sono molto meno esposti al Golfo rispetto al passato. Sempre secondo l’EIA, nel primo semestre 2025 hanno importato attraverso Hormuz circa 0,4 milioni di barili al giorno, una quota molto bassa rispetto al loro fabbisogno complessivo. È una differenza fondamentale rispetto all’Asia e spiega perché uno shock nel Golfo tenda a pesare in modo più diretto sulle economie asiatiche che su Washington.

Cosa conta davvero per il mercato del petrolio?

La conclusione è che nel petrolio esistono tre livelli di potere. Il primo è quello dei produttori, guidati da Stati Uniti, Arabia Saudita e Russia. Il secondo è quello dei detentori di riserve, dove dominano Venezuela e Medio Oriente. Il terzo, spesso il più importante per i prezzi nel breve termine, è quello dei flussi: terminali, oleodotti, tanker e strette marittime.

Per questo il mercato del petrolio non reagisce solo ai numeri della produzione, ma soprattutto alla qualità dell’offerta e alla sicurezza delle rotte. Ed è anche per questo che il Golfo resta centrale: non solo per quanti barili produce, ma per quanti barili del mondo devono passare da lì. 

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