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Referendum costituzionale 2016

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Per cosa si è votato

Il 4 dicembre i cittadini italiani si sono recati alle urne per votare il referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma “Renzi-Boschi”. Il testo della riforma è stato approvato in seconda votazione con maggioranza inferiore ai due terzi da ciascuna Camera, elemento questo che ha reso necessario il ricorso a un referendum popolare per la sua approvazione definitiva. Trattandosi di referendum costituzionale (detto anche confermativo) non era necessario il raggiungimento di un quorum per la sua validità.

Cosa prevedeva questa riforma

La nuova legge sulla riforma costituzionale proponeva, tra le altre novità, di eliminare il bicameralismo perfetto, indicata da molti come una delle principali cause di rallentamento dell’iter legislativo nel nostro Paese.

Nel dettaglio, i cambiamenti principali erano:

  1. Riduzione del Senato a soli 100 membri (dai 315 attuali) ad elezione indiretta, composti da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 di nomina presidenziale. Il suo scopo primario sarebbe stato di rappresentanza delle istituzioni territoriali, elemento che avrebbe messo fine alla concorrenza tra Stato-Regioni. I senatori avrebbero avuto un mandato della stessa durata di quella prevista per il loro ruolo nelle istituzioni territoriali nelle quali sono stati eletti. Inoltre non avrebbero ricevuto alcuna indennità, se non quella riconducibile al ruolo di sindaci e consiglieri regionali
  2. Fine del bicameralismo perfetto, dato che la Camera dei Deputati sarebbe stata l’unica titolare del rapporto di fiducia con il Governo con il potere di indirizzo politico. Le due Camere avrebbero esercitato entrambe la funzione legislativa solo in materia di: leggi costituzionali, leggi elettorali, referendum popolare, trattati dell’Unione europea, minoranze linguistiche e quelle che riguardano i territori, mentre tutte le altre leggi sarebbero state approvate solamente dalla Camera
  3. Abolizione del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL)
  4. 150 mila firme (contro le 50 mila attuali) per le leggi di iniziativa parlamentare
  5. Corte costituzionale di 15 membri, di cui 3 eletti dalla Camera e 2 dal Senato
     

Queste elencate rappresentano solo una minima parte delle riforme proposte. Ce ne sono molte altre più dettagliate che riguardano aspetti più tecnici.

Quali potrebbero essere le conseguenze?

Impatto politico

Con la vittoria del 'No' e le dimissioni di Renzi potrebbe aprirsi una crisi di governo, nonchè un periodo di lunga instabilità nel nostro Paese. 

Non solo Italia. L’instabilità politica italiana potrebbe rafforzare la posizione dei partiti euroscettici anche in Europa. Un aspetto molto delicato in vista delle elezioni in Francia e Germania del 2018. Pertanto anche l’Euro non rimane immune da questo evento.

Impatto economico

L’esito del referendum potrebbe trasmettersi prima sui mercati finanziari e poi sull’economia reale. 
Le banche sono quelle che risentiranno di più del risultato referendario. La delicata questione della gestione dei Non Performing Loans e gli aumenti di capitale di Banca Monte dei Paschi di Siena SpA e UniCredit SpA potrebbero subire forti ritardi a causa di una prolungata incertezza politica. Non è un caso che Unicredit abbia fissato la data per l’annuncio del proprio piano industriale solo dopo il referendum (il 14 dicembre, vedi dettagli sulla crisi delle banche).

Rating

L’incertezza economica e politica potrebbe mettere a rischio anche il merito creditizio del Paese. L’agenzia di rating canadese DBRS, che attualmente detiene il rating più elevato (A low) sul debito italiano, ha un outlook negativo pendente sul nostro Paese e ha fatto sapere che si esprimerà solo dopo il referendum. Anche Fitch, Moody’s e S&P, quest’ultima con il livello più basso (BBB-) che divide l’investment grade dal junk bond, potrebbero seguire a ruota.

In attesa del voto, molti investitori nazionali e internazionali hanno già alzato il livello di allerta, congelando temporaneamente i piani di investimento. La situazione potrebbe deteriorarsi rapidamente post referendum, con ripercussioni sull’occupazione e sulla crescita.

 

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