Coronavirus, richieste dei sussidi di disoccupazione negli Usa da record, oltre 3 milioni

Le misure di lockdown iniziano a provocare i primi risultati: oltre 3 milioni di richieste dei sussidi di disoccupazione, il numero più alto dal 1982

Il Bureu of Economic Analysis statunitense aveva appena rilasciato dati sul Pil del quarto trimestre, se non eccezionali, per lo meno non negativi (il prodotto interno lordo degli Usa degli ultimi tre mesi del 2019 ha confermato le attese, assestandosi al 2,1%), quando il numero delle richieste dei sussidi di disoccupazione ha ricordato la magnitudine dell’impatto del coronavirus negli Stati Uniti.

I dati pubblicati dal Department of Labor segnalano infatti 3,283 milioni di richieste per i sussidi di disoccupazione: si tratta del numero più alto dalla recessione del 1982 (quando le domande furono 695 mila), superiore perfino al picco raggiunto durante la crisi finanziaria del 2009 (665 mila).

A cosa sono dovute le richieste di disoccupazione in Usa?

Nella settimana che si è conclusa il 21 marzo, oltre 3 milioni di americani hanno avanzato richieste per un sussidio di disoccupazione. Si tratta della risposta del mondo del lavoro Usa alle misure di lockdown che, nei giorni scorsi, sono state implementate in 18 stati (che comprendono circa la metà della popolazione degli Stati Uniti, o un quinto della forza lavoro complessiva), per tentare di arginare la diffusione del Covid-19.

Per registrare un cambiamento rilevante, il Labour Department considera una variazione di almeno 35 mila domande settimanali. Il dato di oggi è estremamente indicativo del cambiamento nella situazione economica degli Usa e già gli analisti parlano di una recessione praticamente certa.

D’altra parte, la stima calcolata era particolarmente variabile: le attese erano per 1 milione e 650 mila domande di disoccupazione, ma la forbice in realtà andava da uno a quattro milioni (secondo quanto stimato da Wall Street).

Secondo il Labor Department, l’incremento delle richieste di sussidi è dovuto alle difficoltà in cui si sono ritrovati soprattutto i settori ricreativi e della ristorazione che, prima di tutti, hanno subito l’impatto della misure di contenimento di fronte all’emergenza coronavirus. Ma il dipartimento cita molti altri comparti: quello artistico, l’assistenza sociale, i servizi di intrattenimento e di trasporto, i negozi e le industrie manifatturiere.

Come hanno reagito le istituzioni Usa?

Eppure secondo il segretario del Tesoro Usa, Stephen Mnuchin, “Abbiamo un'economia in salute e avremo un'economia in salute”: il dato non spaventa l’amministrazione Trump, dunque, e lo stesso Mnuchin si augura che questa situazione “duri per un periodo breve”.

D’altra parte, i dati del Pil dell’ultimo trimestre 2019 mostrano un’economia, se non in espansione, per lo meno stabile sui livelli dell’ultima rilevazione, con un aumento del prodotto interno lordo pari al +2,1%. La magra consolazione, dunque, è che gli Usa non stanno andando incontro alla peggiore crisi sanitaria e finanziaria del ventunesimo secolo mostrando il fianco scoperto (come invece è il caso di Giappone e Italia, solo due dei paesi per cui la recessione tecnica è ormai scontata).

Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, è intervenuto poco prima della pubblicazione del dato. “Abbiamo ancora spazio di manovra in altre dimensioni per supportare l’economia”, ha dichiarato. Dopo le mastodontiche misure degli ultimi giorni – quando ha annunciato un’iniezione di liquidità nel sistema sostanzialmente illimitata – Powell ha sottolineato che la Fed mira a “posti in cui non è ancora offerto credito, ma potrebbe essere offerto”, ricordando che “possiamo intrometterci e fare in modo che accada. È una cosa molto positiva in questa situazione altamente inusuale in cui ci troviamo”.

Come ha risposto in apertura Wall Stret?

Nonostante la notizia, gli indici statunitensi mantengono forti guadagni: il Dow Jones viaggia a quota +3,46%, il Nasdaq a +2,97% e l’S&P 500 segna un rialzo del 3,57%.

Il forte ottimismo è dovuto principalmente al pacchetto di misure fiscali approvato ieri dal Congresso, che prevede aiuti a imprese e famiglie statunitensi (oltre che contributi per il sistema sanitario) per un totale di 2 mila miliardi di dollari.

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