Prezzo del petrolio rimbalza dopo dato su scorte Usa e minacce di Trump

Il crollo della domanda a causa del coronavirus e l’iper-produzione seguita alle tensioni tra Russia e Arabia Saudita, insieme, rischiano di mettere in ginocchio l’intera industria del petrolio statunitense

Rimbalza il prezzo del petrolio dopo le ultime notizie dagli Usa. Da una parte fanno ben sperare i dati leggermente migliori del previsto sulle scorte statunitensi di greggio: l’Energy Information Administration ha annunciato nel pomeriggio che le riserve ammontano a 15,022 milioni di barili, in calo rispetto alle previsioni (di 15,150 milioni di barili).

Dall’altra invece preoccupa una frecciata all’Iran, potenziale fonte di nuovi attriti in Medio Oriente. Il presidente Usa Donald Trump ha infatti minacciato con un tweet di “ordinare alla marina militare di sparare alle motovedette iraniane che tentano di attaccare le nostre petroliere”.

Per ora tuttavia la produzione va avanti come al solito – o, meglio, come stabilito nella riunione del 10 aprile scorso, quando i leader dell’Opec e gli altri protagonisti del settore a livello mondiale hanno stabilito un taglio alla produzione di 9,7 milioni di barili al giorno, a partire dal primo maggio.

A pochi giorni dalla riunione del G20 è stato chiaro che diminuire la produzione di quasi dieci milioni di barili al giorno non sarebbe stato abbastanza. Ieri i leader si sono di nuovi riuniti in via telematica, non programmata ma organizzata dopo che, lunedì, le quotazioni del greggio sono arrivate in territorio negativo (fino a un record negativo di -37,63 dollari al barile mai raggiunto nella storia), ma l’incontro si è risolto con un nulla di fatto.

Quanto petrolio c’è in circolazione?

A innescare il cortocircuito del prezzo del greggio è stata la concomitanza di tre fattori: il brusco calo della domanda causato dalla pandemia di coronavirus, il contemporaneo aumento della produzione seguito alla “guerra dei prezzi” tra Russia e Arabia Saudita a inizio marzo e, di conseguenza, la crisi dei siti di stoccaggio negli Usa.

Il calo della domanda

Nello specifico l’Iea (International Energy Administration) ha stimato che, nel 2020, la domanda di greggio è destinata a scendere di 9,3 milioni di barili al giorno – circa il 30%, in tutto l’anno. Il taglio di quasi dieci milioni di barili, secondo quanto concordato nella riunione del G20 di venerdì 10 aprile, durerà invece solo fino alla metà del 2020; da luglio in poi la produzione tornerà gradualmente ad aumentare fino a quando, nel 2021, i tagli non cesseranno del tutto.

D’altra parte, è difficile pensare che entro tale data la domanda di petrolio possa tornare ai livelli pre-coronavirus, soprattutto davanti alle cupe prospettive di recupero dell’economia globale (anzitutto dei viaggi) dopo la crisi scatenata dalla pandemia. Nel suo report mensile, pubblicato la settimana scorsa, la stessa Opec osservava che il consumo totale di greggio per il 2020 sarebbe ammontato a 92,82 milioni di barili al giorno, il 6,67% in meno rispetto al 2019.

L’aumento della produzione

Quanto al volume di greggio in circolazione, la “guerra dei prezzi” tra Russia e Arabia Saudita non avrebbe potuto avvenire con tempismo peggiore - e non è un caso. Dopo il mancato accordo in seno all’Opec+ sul proseguimento dei tagli alla produzione (al tempo si parlava ancora di 1,5 milioni di barili al giorno) le due potenze hanno iniziato ad estrarre greggio a livello record, con Riad che ha commissionato alla compagnia di bandiera Saudi Aramco di aumentare la produzione a 13 milioni di barili al giorno.

La crisi dei siti di stoccaggio

I primi a risentire della crisi sono gli Stati Uniti. Mentre infatti il petrolio del Mare del Nord non presenta eccessivi problemi di stoccaggio, lo stesso discorso non vale per il Wti: si stima che il principale sito di immagazzinamento degli Usa di Cushing, in Oklahoma, potrebbe esaurirsi nel giro di tre settimane. Le petroliere a cui Trump fa riferimento nel tweet rivolto all’Iran farebbero infatti parte del tentativo di trovare soluzioni alternative.

Alla vigilia della riunione del G20 di inizio aprile, i membri dell’Opec+ (che si erano riuniti il giorno prima) non avevano mancato di esortare gli Usa a rallentare anch’essi la produzione di greggio. In quell’occasione, il presidente degli Usa Donald Trump per lo più rassicurato i mercati sul fatto che già le scorte presenti di petrolio negli Usa fossero in diminuzione. In ogni caso, per quanto siano state molte le trivelle che si sono fermate, non è stato comunque possibile evitare il problema dello stoccaggio del West Texas Intermediate.

Non basta, chiaramente, per ridare speranza a un’industria, quello dello shale oil statunitense, che in queste ore sta affrontando la sua prima, grave crisi, con perdite stimate (tra lo spegnimento dei pozzi e il licenziamento degli operatori) pari a 31 miliardi di dollari tra le principali compagnie petrolifere quotate.

Come sta andando il prezzo del petrolio?

Nelle ultime ore il prezzo del Wti è rimbalzato di oltre il 20%, tornando a 14,27 dollari al barile. In rialzo anche il Brent, che ha raggiunto 20,11 dollari al barile, un aumento del 4,4%.

La preoccupazione ora si sposta verso le prospettive per i contratti sul Wti in scadenza a giugno, per cui si teme lo stesso destino di quelli cessati ieri. Si attendono tuttavia gli effetti dei tagli stabiliti dal G20, in partenza proprio alla fine del mese.

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