Prezzo del petrolio ai massimi da settembre dopo elezioni Uk e “pace” commerciale

Forte aumento del prezzo del greggio durante il week end, mentre JP Morgan stima ulteriori rialzi

La settimana parte in rally per il petrolio. Venerdì scorso Cina e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo commerciale sulla “Fase 1” dei negoziati e, lo stesso giorno, i risultati delle elezioni nel Regno Unito confermavano Boris Johnson premier – con una maggioranza sufficiente per arrivare fino in fondo al processo di Brexit -, facendo salire il prezzo del greggio a massimi che non si registravano da tre mesi.

Il WTI ha raggiunto massimi in giornata che non si vedevano da metà settembre, a 60,74 dollari al barile, mentre il Brent ha superato quota 65,34 dollari al barile.

Perché il prezzo del petrolio sta salendo?

Oggi JP Morgan ha pubblicato le stime sul petrolio 2020. Le nuove prospettive che si aprono sui mercati delle materie prime all’indomani delle elezioni nel Regno Unito e della fine della guerra commerciale tra Cina e Usa sono le ragioni principali dell’aumento del prezzo del greggio, in grado di determinare un ulteriore incremento della domanda. Già i dati provenienti dalla Cina confermano tale previsione: a novembre Pechino ha importato circa 11,18 milioni di barili al giorno.

JP Morgan ha dunque stimato il prezzo del Brent in rialzo a 64,5 dollari al barile (rispetto agli attuali 59), ma prevedendo anche un successivo ribasso a 61,5 dollari al barile nel 2021. Il Wti invece potrebbe arrivare a 60 dollari al barile nel 2020, anche qui con un successivo ribasso l’anno successivo, a 57,5 dollari al barile.

Permane comunque un sottile scetticismo, soprattutto in considerazione dei pochi dettagli sull’accordo commerciale: circolano ancora poche informazioni infatti, ma quel che è certo è che l’accordo deve ancora essere finalizzato e firmato e che, probabilmente, si finirà a gennaio.

Quanto ha inciso la decisione dell’Opec+?

Maggiori dubbi invece sui tagli accordati dall’Opec + a inizio dicembre. L’organizzazione degli stati esportatori di petrolio ha infatti concordato durante l’ultimo summit a Vienna una riduzione della produzione di petrolio di 500 mila barili al giorno, almeno fino alla metà del 2020. Tuttavia, è difficile immaginare se e quanto i paesi dell’Opec+ si impegneranno tutti (e allo stesso modo) nel taglio della produzione. L’Arabia Saudita, ad esempio, produce già circa 400 mila barili al giorno in meno rispetto a quanto potrebbe, e comunque conta su una produzione giornaliera di 10,151 milioni (già ridotta rispetto ai 167 mila barili al giorno), mentre al contrario paesi come Nigeria e Iraq continuano a non tener conto degli accordi siglati, continuando con i soliti volumi di produzione del greggio.

Tenendo in considerazione tali incertezze, nel suo report mensile l’IEA ha stimato un rialzo delle scorte globali nel primo trimestre del 2020, nonostante i tagli dell’Opec+.

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