Petrolio prende fiato dopo il -7%. Occhi puntati su Opec e Trump

Il greggio recupera terreno con rialzi tra l'1,5 e il 2%, sia sul crude che sul brent. Attenzione sull'incontro Opec del 6 dicembre: attese le decisioni sui livelli di produzione 2019. Arabia Saudita pronta a tagliare l'output di 500 mila b/d; l'output saudita a inizio novembre tocca però nuovi record.

Fonte Bloomberg

Sette candele settimanali in rosso, per ribassi complessivi prossimi al 30% in un mese e mezzo. Dall'analisi numerica, le cifre del petrolio non aiutano ad avere fiducia nel mercato reale, che sconta i timori di un rallentamento della crescita economica mondiale ed un calo della domanda futura di materia prima, specie cinese. Che periodo sta attraversando l'oro nero?

In una giornata positiva per il petrolio, che viaggia su rialzi attorno ai due punti percentuali ($54,5 il Crude, $63,7 il Brent), l’attenzione si rivolge ai fondamentali e a come questi possano influenzare l’andamento delle quotazioni. La materia prima ha lasciato ieri sul mercato il 7% circa del proprio valore.

Prezzo del petrolio: relazione domanda / offerta

A monte della scivolata che ha colpito il prezzo del barile a partire dall’inizio di ottobre, l’ammontare di output di greggio occupa posizione di spicco. L’offerta complessiva sul mercato ha infatti continuato a crescere nonostante la reintroduzione delle sanzioni all’Iran, la diminuzione della produzione venezuelana e l'incognita Libia.

Pochi effetti hanno invece avuto sul trend le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, che avrebbero dovuto far rallentare bruscamente la domanda cinese: Pechino ha infatti toccato ad ottobre il record storico di import di greggio, cresciuto su base mensile del 6% in termini di barili al giorno e del 32% rispetto al medesimo periodo 2017.

Nessun impatto ha inoltre sortito l'idea dell’Arabia Saudita di tagliare i livelli complessivi di produzione giornaliera di petrolio di almeno un milione di barili al giorno, 500 mila dei quali di competenza della sola Riad, che ora il mercato si chiede cos’abbia in mente.

Opec e non-Opec: produzione del petrolio in chiaroscuro

L'Arabia Saudita, primo player dell’Opec, Organizzazione mondiale dei principali produttori, ha dovuto incassare di recente il superamento da parte degli Stati Uniti nella classifica dei maggiori produttori di greggio al mondo. Non stupisce dunque che i dati resi noti oggi mostrino un rialzo record delle scorte saudite della prima metà di novembre, dopo che la regione ha pompato oltre 11 milioni di barili al giorno. I funzionari del petrolio, a proposito, hanno rifiutato di rilasciare commenti. A non esser chiaro è se Riad continuerà a sostenere tali ritmi per l'intero mese, o se la produzione diminuirà nella seconda metà.

Intanto, i prezzi del greggio sono temporaneamente saliti sulle speranze che l'Opec, nel corso del prossimo incontro (6 dicembre 2018, Vienna), acconsenta al taglio dell'offerta di petrolio per l’anno 2019.

Con un Wti texano al di sotto della soglia dei 55 dollari al barile ed un brent inferiore ai 63 dollari, il petrolio sembra assecondare le volontà del Presidente americano, Donald Trump, che, in un tweet, ha rimarcato la scorsa settimana la necessità per l’economia di avere “prezzi del petrolio più bassi”.

Petrolio e dati macro: scorte e trivelle, oltre alla produzione

A rinfrancare il movimento ribassista dell'oro nero è giunto anche l'aggiornamento sulla produzione di greggio americana che, secondo i dati pubblicati la scorsa settimana dall’EIA, Energy Information Administration, ha raggiunto un nuovo massimo a quota 11,7 milioni di barili al giorno. Il dato aggiornato sulle scorte a stelle e strisce, assieme alla rilevazione sulle trivelle in funzione, saranno resi noti nel pomeriggio di oggi. Secondo le attese, le scorte aggiornate dovrebbero mostrare una riduzione dai precedenti 10,27 milioni di barili, agli attuali 2,5 milioni.

Il dollaro statunitense, valuta di riferimento del petrolio, cede oggi qualche punto, con un dollar index a ribasso dello 0,17% sul basket delle principali valute. Tra le majors, AUD/USD registra la variazione più consistente, superiore allo 0,30% a favore della divisa australiana.

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