2019: petrolio a rischio previsioni. Cina ed eccesso d'offerta minacciano i prezzi

Nuova giornata di rialzi per il greggio. Il crude beneficia dei tagli Opec/Russia, di un dollaro più debole e del dialogo Washington-Pechino su commercio e guerra dei dazi. Attenzione a crescita cinese e produzione americana.

Oil pipeline
Fonte: Bloomberg

Tornano i 53 dollari al barile sul mercato del petrolio, col greggio che rinfranca la propria posizione guadagnando in mattinata poco meno di un punto percentuale, dopo una serie di nove sedute consecutive in verde.

Inserito all'interno di una settimana ampliamente positiva, con rialzi attorno al 10%, il crude ha ricominciato a prezzare sui livelli d’inizio dicembre, con un movimento in da inizio anno del +16%. Bene anche il brent, attorno al +15% dall’avvio di gennaio, oggi a +0,8%.

Prezzo del petrolio: il perché del recente movimento

I recenti spunti a rialzo, originati grazie anche dalla distensione dei dialoghi commerciali tra Stati Uniti e Cina, sono stati frenati dai timori di un rallentamento della crescita globale, culminato nella revisione del Dragone che ha tagliato le proprie stime di Pil 2019 dello 0,5% (entro un range tra il 6 ed il 6,5%).

Positivo sul barile è stato invece il deprezzamento del dollaro, tenuto basso dalle aspettative di una politica monetaria meno rigida da parte della Federal Reserve americana. Il governatore dell’istituto centrale americano ha rinfrancato ieri i corsi di mercato confermando una politica di rialzo dei tassi che seguirà in maniera paziente lo sviluppo delle prospettive macro e strutturali, adeguando di conseguenza le proprie mosse.

Prezzo del petrolio: Opec verso nuovi tagli?

Al di là dell'economia globale, i mercati petroliferi stanno ricevendo sostegno dai tagli alla produzione voluti dall'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) assieme alla Russia, volti a frenare l’eccesso di offerta emerso a partire dalla seconda metà del 2018 che ha affossato il barile.

Se da un lato i grandi produttori si stanno impegnando con un taglio dell'output da 1,2 milioni di barili al giorno (800 mila facenti capo all’Opec, 400 mila facenti capo ai Paesi non-Opec), l’incognita sul lato dell’offerta restano gli Stati Uniti. Nel 2018, la produzione americana di petrolio greggio è aumentata di oltre 2 milioni di barili al giorno nel 2018, ad un record giornaliero di 11,7 milioni di barili al giorno. Un dato, questo, non sembra toccare i player statunitensi, sostenuti dal presidente, Donald trump, favorevole a prezzi più bassi che agevolino economia e produzione.

Dagli attuali livelli di prezzo, un primo target a rialzo è rappresentato dai $55,5 al barile, sul quale cade il ritracciamento di Fibonacci al 38,2% relativo all’ultimo movimento di medio termine, seguito quindi dal livello intermedio a $57,5 e dai $60. A ribasso, si conferma il supporto a 50 dollari, sul quale le quotazioni hanno rimbalzato per la prima metà di dicembre, prima di bucarlo a ribasso.

Previsioni 2019 sul prezzo del petrolio

Se si guarda al futuro più prossimo, la principale determinante del prezzo del petrolio restano gli equilibri tra domanda ed offerta, strettamente legati alle aspettative di crescita e produttività globale.

Proprio a fronte di questo, la Banca Mondiale ha rivisto le proprie previsioni di prezzo del petrolio per il 2019, in ribasso di due dollari al barile, da $69 a $67.

Meno rialziste le previsioni di Deutsche Bank, che per l’anno 2019, causa rallentamento della motrice cinese, ha posto il proprio target sul greggio a 60 dollari al barile.

Sulla stessa linea, le attese di Goldman Sachs sul Wti per l’esercizio in corso si attestano attorno ad una media di 55,50 dollari, da una previsione precedente a $64,50 (passati da $70 a $62,5 nel caso del brent).

Nel suo outlook 2019, Bank of America Merrill Lynch ha fissato la stima sull’oro nero a $59 al barile ($70 per il brent).

Morgan Stanley vede invece rispettivamente un prezzo a 54 e 61 dollari al barile per greggio texano e greggio britannico, in calo rispetto alle iniziali stime a $60 e $69.

Tra i giudizi più severi, JP Morgan imputa al calo d’appetito per il petrolio e alla tendenziale inefficacia della politica di tagli posta in essere dall’Opec un nuovo anno di pressioni per il petrolio. Tali tagli (assieme all’ipotesi di una ulteriore restrizione nel meeting di aprile) potrebbero infatti spingere gli Stati Uniti ad implementare la propria produzione, andando a coprire nuove fette di mercato.

View ribassista anche per Barclays, che ha ricordato come, se i prezzi rimanessero al di sotto della soglia a $60, l’amministrazione Trump ne trarrebbe solo beneficio.

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