Braccio di ferro Cina – Stati Uniti: non solo dazi, non solo petrolio

Lo scontro tra le due più grandi economie al mondo non sembra destinato a riassorbirsi, con effetti diffusi su tutti i mercati. L’iron ore intanto continua a calare e, con esso, la domanda di commodities da parte di Pechino, ora più interessata alla qualità che alla quantità.

Fonte Bloomberg

Per un mercato del petrolio che cresce dell’1% dopo il crollo che l’ha portato a perdere il 35% del proprio valore da inizio ottobre, c’è una quotazione del minerale di ferro che cede oggi oltre il 2,5%, dopo essersi lasciato alle spalle il 15% dai massimi ad un mese. Cosa si evince dai movimenti delle materie prime?

Lo scontro Cina – Stati Uniti non sembra destinato a trovare una soluzione nel breve termine. Per la prima volta, la scorsa settimana, il vertice Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) si è concluso senza un comunicato congiunto. Causa della mancata intesa, la presa di posizione dei due leader mondiali: nel corso del meeting, il Dragone e lo Zio Sam hanno infatti sfruttato il momento di dialogo per rivendicare le proprie posizioni dominanti in un testa a testa finalizzato ad attestarsi come economia più influente di mercato.

Cina - Usa: lotta per l'egemonia

A livello di mire personali, Pechino vorrebbe accaparrarsi l’egemonia delle isolette del Pacifico, attualmente in mano a Taiwan; diversamente, per Washington le storiche alleanze con Australia e Nuova Zelanda possono essere le carte vincenti nella strategia contenitiva della dominanza cinese sui mercati.

Oltre alla guerra tariffaria voluta dal Presidente, Donald Trump, l’attenzione resta elevata sulle dinamiche economiche cinesi: dimenticati i rialzi del Pil del 10% d’inizio anni 2000, la produttività del Dragone si attesta oggi su livelli mediamente alti rispetto al resto del mondo (in area +6,5% per l’anno 2018), ma con stime di crescita futura in fase di ridimensionamento.

Il ruolo della Cina sul comparto materie prime

Tali premesse possono esser lette alla luce delle dinamiche del mercato delle materie prime. Già i timori del rallentamento cinese avevano messo pressione i prezzi del petrolio, poi smentite a fronte della domanda di greggio record di Pechino ad ottobre (cresciuto del 6% in termini di barili al giorno e del 32% rispetto al medesimo periodo 2017). Cosa dire ora del minerale di ferro (e del carbone da coke, utilizzato nella metallurgia come combustibile)?

L’iron ore continua a calare e, con esso, cambia la domanda di commodities da parte del mercato cinese, più interessato alla qualità che alla quantità (come invece avveniva in passato): dal 25 ottobre scorso il minerale di ferro ha perso attorno al 15% del proprio valore. Un trend a ribasso che potrebbe accelerare nel prossimo periodo, alla luce dei rumors provenienti dal mercato di Pechino che le acciaierie cinesi stanno riducendo le proprie attività, scaricando gli stock ora all’attivo.

Minerale di ferro: perché importa all'economia reale

Mentre i prezzi del minerale di ferro calano, a ridursi sono anche le aspettative di coloro che producono acciaio di ottenere margini: se le fonderie non sono infatti in grado di generare profitto, difficilmente queste riusciranno a mantenere inalterati i propri livelli di produzione, specie nel periodo invernale in cui la domanda stagionale di acciaio è di per sé debole nell'emisfero settentrionale.

Considerato che ferro ed acciaio sono alla base della siderurgia e dell’industria pesante (settori alla base dell’economia reale), un rallentamento di tali comparti può significare un futuro rallentamento della produzione economica e cinese e mondiale.

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