Made in Italy e coronavirus: gli effetti di un 2020 da dimenticare

Prima il crollo degli spostamenti (e del turismo d’élite), poi la crisi economica, ora la seconda ondata di covid-19. Sarà un anno difficile per il settore del lusso – ma già si prevede il rimbalzo

Made in Italy: un settore chiave

Tra le grandi vittime economiche del covid-19 si è parlato del settore turistico e dell’accoglienza (circa il 13% del Pil italiano) e delle compagnie aeree. Il Made in italy, soprattutto nel settore del lusso, non è da meno: incide sul Pil per solo l’1,2% (dati del 2018), ma rappresenta l’8,5% del fatturato italiano dell’industria manifatturiera italiana, di cui occupa il 12,5% dei lavoratori.

Un settore in salute, secondo uno studio presentato da Mediobanca all’inizio dell’anno, prima che il covid-19 si abbattesse sulle vendite.

Per propria natura, il settore del lusso è stato il primo a risentire del virus. Prima ancora che il covid arrivasse in Italia, l’intero comparto ha risentito della chiusura del traffico aereo con la Cina, ancora a gennaio.

E ben oltre la metà dei consumatori del lusso Made in Italy arrivano proprio dalla Cina, che rappresenta circa il 35% della domanda mondiale di beni di lusso. Sono i cosiddetti “élite consumers”, che contribuiscono al fatturato locale sia dal lato dell’industria turistica, che di quella del lusso.

Ma perché i cinesi sono disposti a fare così tanta strada per comprare beni di lusso? Vantaggi fiscali: uno studi di EY calcola che nel 2019 i cinesi abbiano contribuito alla crescita del settore per il 90%.

A ciò contribuisce anche la straordinaria crescita economica sperimentata dalla Cina negli ultimi dieci anni – che, per altro, non fa che peggiorare la situazione: se l’industria manifatturiera italiana era riuscita a riprendersi dagli effetti della crisi del 2008-2009, adesso deve fare i conti con un nuovo, immenso mercato che sta tentando, come tutto il resto del mondo, di risollevarsi da una crisi globale (anche se, dati alla mano, per la Cina il compito sarà più semplice).

Quali sono stati gli effetti del covid sull’industria del lusso?

Secondo i dati Altagamma, fondazione che riunisce le eccellenze italiane, l’industria del lusso potrebbe subite una contrazione tra il 21% e il 25%, per recuperare la quale saranno necessari dai due ai tre anni.

È la prima volta in dieci anni che il mercato dei beni di lusso personali va incontro a una contrazione, stimata dalla Altagamma Bain Worldwide Market Monitor 2020 e Altagamma Consensus 2021 in circa 217 miliardi di euro.

Il secondo trimestre 2020 è stato il peggiore, con una flessione dell’intero settore pari al 50%, cui si contrappone solo un lieve recupero nel terzo trimestre. Magra consolazione: la seconda ondata di covid-19 rende ormai fosche le prospettive per il quarto trimestre - guidato soprattutto dai consumi natalizi che, quest’anno, sono fortemente a rischio.

Quali prospettive per il futuro?

In compenso, non durerà per sempre – tutt’altro. La natura esogena della crisi fa sì che, a pandemia rientrata (in questo senso, le notizie sui potenziali vaccini di Pfizer e Moderna aiutano), si potrà assistere a un rimbalzo a due cifre già dal 2021.

Altagamma prevede una crescita di oltre il 16% nella pelletteria, del 15% nella cosmetica e, a seguire, abbigliamento e calzature (+14%). I più penalizzati sono gioielli e orologi (+12%).

Rimbalzo anche per gli acquisti retail (+15%), mentre i rivenditori all’ingrosso dovranno fronteggiare un leggero rallentamento (solo +8%). Di certo, i cinesi torneranno a spendere: nel 2021 si prevede una crescita della loro spesa intorno al 20%, a fronte dell’11% degli europei e del 12% dal nord America.

Il grande vincitore di questa pandemia sarà tuttavia l’e-commerce, con un aumento stimato al 2021 del 22%.

Come hanno reagito le principali aziende del lusso quotate sul Ftse Mib?

La riduzione dei viaggi, la sofferenza delle vendite wholesale e, soprattutto, la crisi economica scaturita dal coronavirus: sono tutti fattori che hanno pesato gravemente sul fatturato delle aziende del lusso. Di seguito i cali più rilevanti delle quotate sul Ftse Mib:

  • Salvatore Ferragamo nei primi nove mesi del 2020 ha visto i propri ricavi contrarsi del 38,5% rispetto allo stesso periodo del 2019, da 994,4 milioni di euro a 611,2 milioni. Giù anche l’ebtda, da 242,7 milioni a 77,8 milioni (-67,9%), il tutto per un risultato di gruppo di 96,5 milioni.
    Lo scorso 13 novembre l’istituto svizzero Credit Suisse ha confermato il giudizio underperform, alzando perà il target price a 9 euro.
  • Brunello Cucinelli deve ancora pubblicare i dati trimestrali a nove mesi (la conferenza stampa è in programma per il 19 novembre). I dati disponibili (al 30 giugno) mettono in rilievo perdite sui ricavi netti del 29,6%, da 291,41 milioni del primo semestre del 2019 ai 205,14 del 2020.
    Le raccomandazioni degli analisti restano per lo più invariate – l’ultima, lo scorso 9 ottobre da parte di Mediobanca, vede il giudizio fermo su Neutral per un target price di 26,20 euro.
  • EssilorLuxottica rappresenta in pieno il boom delle vendite online, aumentate del 40% dall’inizio dell’anno con un fatturato record di 878 milioni di euro. Anche per il colosso dell’ottica l’ultimo trimestre si chiude però in calo, con una contrazione del giro d’affari dell’1,1% a cambi costanti, per un totale di 4,08 miliardi di euro (nel 2019 erano stati 4,31).
    I dati trimestrali hanno comunque portato gli analisti di Equita a portare il fair value di EssilorLuxottica a 135 euro.

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