Indice Pmi Italia al minimo dal 2013: in calo produzione e nuovi ordini

I dati di dicembre restituiscono l’immagine di un settore manifatturiero italiano in difficoltà, in linea con i paesi dell’Eurozona

Il 2020 si apre con cattive notizie per il settore manifatturiero italiano. L’indice Pmi di dicembre è infatti sceso per il diciassettesimo mese consecutivo, registrando 46,2. Alla base del crollo vi sono la contrazione della produzione e dei nuovi ordini, che hanno provocato anche un drastico aumento dei tagli al personale, schizzati in maniera esponenziale durante gli ultimi sette mesi.

Perché un valore così basso?

L’indice registra una diminuzione rispetto sia alle aspettative (47,2), sia al risultato di novembre (47,6) – e si tratta comunque sempre di valori al di sotto della soglia dei 50 punti, che segna la differenza tra un’economia in accelerazione o in rallentamento. Una netta inversione rispetto a novembre, quando l’indice aveva raggiunto un massimo che non si vedeva da tre mesi.

Il cattivo dato si spiega con un calo della produzione (al tasso più veloce dagli ultimi 17 mesi) e dei nuovi ordini (che hanno raggiunto i livelli del 2013). Scendono anche la domanda da parte dei clienti e, conseguentemente, gli ordini (inclusi quelli destinati al mercato estero). Ciò ha determinato nell’ultimo mese anche la diminuzione della pressione sui fornitori, permettendo la riduzione dei tempi di consegna - al costo tuttavia di un crollo dei prezzi d’acquisto su base mensile.

La contrazione riguarda tutte le categorie del settore manifatturiero, in particolare quella dei produttori di beni intermedi (ovvero destinati alla fabbricazone di altri prodotti). Il nuovo anno tuttavia potrebbe portare buone notizie, soprattutto dal punto di vista della guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, che srebbero vicini alla firma della “Fase 1” degli accordi commerciali.

Il dato di stamattina si inserisce nel panorama del settore industriale italiano che sembra lentamente uscire da un periodo di stagnazione: nel 2019 la crescita del Pil sarebbe stata solo dello 0,2%, ma per il 2020 si preveda un’accelerazione, arrivando allo 0,6%. In ogni caso, se finora è stato possibile evitare il rischio recessione è grazie al buono stato del settore del servizi che, al contrario, si mostra abbastanza sano (a novembre ha registrato quota 50,4).

Come sono andati gli indici PMI nel resto d’Europa?

Sette stati europei su otto in realtà hanno riportato risultati più bassi rispetto a novembre. L’unica eccezione è stata l’Austria, dove i valori sono rimasti invariati (a quota 46), mentre la maglia nera tocca alla Germania (con 43,7). Tutti gli altri segnano minimi tra i due e i tre mesi, ad eccezione dei Paesi Bassi che, come l’Italia, con un indice a 48,3 registra anch’essa un crollo ai livelli del 2013.

Si spera comunque nelle buone notizie che il nuovo anno potrebbe portare con sé, prima fra tutte la firma della Fase 1 degli accordi commerciali tra Cina e Usa, che dovrebbe avvenire tra due settimane. Un accordo del genere sarebbe infatti capace di far risalire la domanda globale, dispiegando i propri effetti anche sui mercati europei.

Nell’intera Eurozona, a dicembre l’indice Pmi è leggermente scivolato da 46,9 di novembre a 46,3; meglio comunque rispetto alle aspettative, di 45,9.

Come hanno reagito gli indici europei?

Le Borse europee sembrano comunque tener conto più dell’ottimismo a livello internazionale per la prospettiva di accordo tra Cina e Usa, piuttosto che gli ultimi dati sul settore manifatturiero, e registrano valori positivi: +1,35% per il Ftse Mib, +1,55% per il Dax, Cac 40 +0,98%, Ftse 100 +0,75%. A scontare la cattiva notizia è invece il cambio EUR/USD, che segna un ribasso a quota 1,12.

All’indomani della pubblicazione degli ultimi dati sul settore industriale, lo spread tra btp e bund tedeschi è salito a 163 punti, una variazione di 5,1 punti in più rispetto all’ultima chiusura 8159,7 punti).

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