Ex Ilva, oggi meeting ArcelorMittal e sindacati. Spread ai massimi da agosto. Crisi di governo?

La prospettiva di una chiusura degli impianti di Taranto getta un’ombra sul futuro della produzione industriale italiana. Continuano gli incontri, programmato intanto lo spegnimento degli altiforni

È una corsa contro il tempo per trovare un accordo sugli stabilimenti dell’ex Ilva. Da quando, all’inizio del mese, il gruppo franco-indiano ArcelorMittal si è ritirato dal contratto di affitto delle acciaierie di Taranto, la trattativa tra governo, sindacati e vertici aziendali è aperta.

Oggi pomeriggio si riuniscono al Ministero dello Sviluppo Economico l’amministratore delegato della divisione italiana del gruppo franco-indiano, Lucia Morselli, e i leader dei sindacati Fim, Fiom e Uilm. Probabile anche un altro incontro, la prossima settimana, tra il CEO e fondatore del colosso dell’acciaio, Lakshmi Mittal, suo figlio Adyta e il premier italiano Giuseppe Conte.

Da dove è iniziato tutto?

Il 4 novembre scorso, ArcelorMittal comunicava ai commissari straordinari degli impianti siderurgici di Taranto la decisione di tirarsi fuori dal contratto di affitto (con obbligo di acquisto) dell’ex Ilva.

La ragione addotta per tale decisione va fatta risalire alla legge, approvata due giorni prima, con cui il Parlamento ha eliminato la protezione legale nei confronti di provvedimenti ambientali - di cui il gruppo si è avvalso nell’ambito della stesura e conduzione del piano industriale.

Secondo quanto riportato nella lettera, “la protezione legale costituiva un presupposto essenziale su cui l'affittuario ha fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbe neppure accettato di partecipare all’operazione”.

Secondo i dati rilasciati dal gruppo, proseguire il rapporto in questi termini comporterebbe perdite da quasi due milioni al giorno. ArcelorMIttal dunque rimette tutto in mano ai Commissari straordinari, che entro trenta giorni dalla pubblicazione della lettera dovranno farsi carico del destino di produzione e operai.

La posizione dei sindacati

Il ritiro dalla concessione è dovuto alla difficoltà di procedere con i normali ritmi di produzione. La decisione di rimuovere lo scudo penale per i manager di ArcelorMittal è arrivata con il voto favorevole a un emendamento dei 5 stelle. Intanto i sindacati chiedono al Mise ulteriori chiarimenti sugli impegni presi con i vertici del gruppo franco-indiano. I lavoratori si sono schierati contro lo smantellamento dello scudo penale, ritenuto “indispensabile per concludere il percorso di ambientalizzazione di ArcelorMittal”.

Quali sono le ricadute sull’industria italiana?

Già programmata la chiusura degli altiforni: il 13 dicembre verrà spento l’Altoforno 2, a fine dicembre il 4 e, infine, il 15 gennaio chiuderà anche l’Altoforno 1 (l’Altoforno 3 è già in fase di demolizione). In realtà, lo spegnimento del 13 dicembre è la diretta conseguenza del provvedimento emesso dal Tribunale penale di Taranto, che obbligava i commissari straordinari a espletare alcune prescrizioni entro quella data - pena proprio lo spegnimento dell’AFO 2.

Secondo un’indagine dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, una chiusura definitiva degli stabilimenti provocherebbe una perdita di circa sei milioni di tonnellate di acciaio (calcolando la produzione a regime), corrispondente a circa 24 miliardi di euro: circa l’1,4% del Pil nazionale.

Alla cifra vanno aggiunti anche i mancati investimenti per 1,1 miliardi di euro (quelli ambientali) e 1,2 miliardi (investimenti industriali). Senza tralasciare il costo sociale: dei 10.700 dipendenti ex-Ilva, oltre 8 mila lavorano a Taranto e, di questi, già 1.276 sono in cassa integrazione dal 30 settembre.

Ma una chiusura dei battenti ex Ilva implicherebbe anche il passaggio dell’Italia a un paese importatore di acciaio. Già Turchia, Russia e Serbia hanno puntato gli occhi su un probabile nuovo bacino di vendite. La produzione negli stabilimenti ex Ilva registrava infatti segnali poco positivi già quest’estate, quando la produzione era scesa dell’1,1% (2,208 milioni di tonnellate), mentre nei nove mesi ha perso circa il 9% sulla produzione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (17,62 milioni di tonnellate).

Il competitor più forte sul mercato in Italia, le acciaierie cremonesi Arvedi, registra ritmi di produzione ben più contenuti e comunque sempre in calo (è di ottobre l’annuncio di una riduzione della produzione del 70%, per fronteggiare congiunture economiche internazionali sfavorevoli e la concorrenza a basso costo della Turchia).

Quali sono le conseguenze per il Governo?

Il caso Ilva ha portato a una spaccatura all’interno del Movimento 5 Stelle. Moltissimi parlamentari stanno accusando Luigi Di Maio di aver gestito male la vicenda e la divisione tra i vari gruppi parlamentari diventa sempre più forte. Le altre parti della coalizione di maggioranza (Partito Democratico, Italia Viva e LEU) stanno a guardare con apprensione la perdita di leadership di Luigi Di Maio. I timori per una possibile crisi di governo hanno portato lo spread btpbund a salire fino a 175 punti base livello che non si vedeva da agosto. Dobbiamo ricordare come le tensioni siano legate anche alla manovra di bilancio.

Secondo il nostro strategist Filippo A. Diodovich “la tenuta del Governo non è ancora a rischio. Il vero punto cruciale per le sorti dell’esecutivo Conte saranno le elezioni regionali in Emilia Romagna che si terranno a gennaio”.

Quali sono le conseguenze per Piazza Affari?

Nonostante le tensioni sullo spread btpbund Piazza Affari sembra guardare soprattutto oltreoceano alle trattative commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Secondo Diodovich “per il nostro indice sarà fondamentale la tenuta del supporto di 23420. In caso di mantenimento al di sopra di tale sostegno le aspettative grafiche rialziste rimarranno vive e in grado di riportare i prezzi verso gli obiettivi long a 23800 e 24000 punti”.

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