Dollaro in rialzo, EUR/USD a 1,16. Bce e Fed: fin dove possono arrivare le banche centrali?

L’economia Europea potrebbe riprendersi (a meno che non arrivi una seconda ondata di covid), quella Usa anche, ma serve un aiuto fiscale dal Congresso. Bce e Fed monitorano la situazione – e il cambio euro-dollaro

  • Per la Bce, nel terzo trimestre 2020 l’attività economica dell’Eurozona recupererà dell’8,4%
  • Bene i segnali macro, indice Ifo a 93,4, ma tutto dipende dalla pandemia di covid-19
  • La Fed continua a premere per un pacchetto di aiuti fiscali agli Usa, presupposto per la ripartenza

Il bollettino trimestrale della Banca centrale europea di oggi lascia pochi dubbi: la ripresa economica dell’Eurozona avverrà, ma sarà lenta, fragile e, soprattutto, pronta a sfumare non appena dovesse presentarsi una recrudescenza della pandemia di coronavirus.

Nei prossimi tre mesi Francoforte si aspetta un recupero dell’attività economica nell’Eurozona pari all’8,4%. Le condizioni: un vaccino entro la metà del 2021 e un certo successo nel contenimento del virus. La Bce nella sua analisi prende in considerazione anche alcune restrizioni, più blande rispetto a quelle imposte durante il lockdown ma comunque in grado di rallentare la ripresa delle attività economiche. Nel secondo trimestre del 2020, il Pil della zona euro si è contratto dell’11,8%

Non si tornerà ai livelli del 2019 prima della seconda metà del 2022. Niente di nuovo, però: la previsione di rimbalzo economico, considerando anche eventuali restrizioni, corrisponde ancora alle stime.

Wait and see?

Nel frattempo, l’istituto guidato da Christine Lagarde continuerà a monitorare le variabili in grado di inficiare sull’andamento dell’economia – prima fra tutte l’andamento dei tassi di cambio della moneta unica, al centro dell’attenzione nell’ultima riunione della Bce dopo che, nelle ultime settimane, il cambio euro-dollaro è tornato ai livelli della scorsa estate.

L’istituto centrale ha inoltre ribadito di essere pronto a “adeguare tutti gli strumenti a sua disposizione, ove opportuno, per assicurare che l’inflazione continui ad avvicinarsi stabilmente all’obiettivo, in linea con il suo impegno ad adottare un approccio simmetrico”.

A confermare le previsioni della Banca centrale europea sono arrivati proprio in settimana i primi dati macro relativi a settembre. Ieri gli indici Pmi hanno messo in luce un’accelerazione del settore manifatturiero nell’Eurozona, sebbene a frenare gli entusiasmi siano stati i dati relativi al settore dei servizi che, primo fra tutti, sconta la preoccupazione per un nuovo stop alle attività commerciali causato dall’espandersi del virus.

Oggi è stato il turno dell’indice sulla fiducia delle aziende tedesche stilato dall’istituto Ifo. A settembre l’indice è salito di quasi un punto, dai 92,5 di agosto a 93,4: meno delle aspettative degli analisti (93,8), m comunque chiaro segnale di – lenta – ripresa.

Confermate dunque le decisioni del Consiglio Direttivo dello scorso 10 settembre: niente cambiamenti sulla politica monetaria e sugli strumenti monetari attualmente in utilizzo per sostenere l’economia reale. Il bollettino conferma anche le aspettative di inflazione dell’Eurozona: 0,3% nel 2020, 1% nel 2021 e 1,3% nel 2022, mentre le aspettative di crescita sono state riviste al rialzo per il 2020, -8%, e invariate nel 2021 (rimbalzo del 5%) e nel 2020 (crescita del 3,2%).

Cosa manca per reagire alla crisi?

Dall’altro lato dell’Atlantico anche la Federal Reserve statunitense prosegue dritta per la sua strada, dopo un cambio agli obiettivi strategici (introduzione dell’average inflation rate) ma non agli strumenti di acquisto asset implementati per far fronte alla crisi pandemica.

Allo stesso tempo, però, continuano le pressioni sul Congresso Usa, dove i legislatori ancora non riescono (e, presumibilmente non riusciranno, almeno fino al post-elezioni presidenziali di novembre) ad accordarsi su un pacchetto di stimoli fiscali in grado di sostenere i cittadini Usa rimasti senza lavoro a causa del covid. A differenza della Bce, la Fed oltre all’inflazione al 2% tra gli obiettivi ha anche il raggiungimento della piena occupazione.

Nelle ultime ore il vice presidente della Banca centrale Usa, Richard Clarida, ha chiarito ulteriormente la questione: i banchieri del sistema federale “non inizieranno neanche a pensare” di alzare i tassi di interesse sul dollaro “fino a quando l’inflazione non raggiungerà il 2%”. Serve dunque uno stimolo fiscale - e meglio se in tempi brevi.

Come sta reagendo il dollaro?

Negli ultimi giorni il dollaro è tornato a rafforzarsi sui mercati e più i banchieri centrali Usa confermano i tassi bassi, più il biglietto verde prende quota.

Oggi l’andamento dell’EUR/USD si mantiene a 1,1647, ai minimi dalla fine di luglio e ben lontano dal picco di 1,20 raggiunto a inizio settembre.

L’aumento del dollaro si lega strettamente alle vendite su asset più rischiosi che si sono susseguite negli ultimi giorni, in contemporanea all’aumento dei casi di covid-19 anche in Europa – nel suo bollettino, la Bce è ottimista solo in considerazione di uno scenario senza seconde ondate di contagi; di fatto, negli ultimi giorni i casi in Europa sono tornati ad aumentare al ritmo di migliaia ogni giorno.

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