Bitcoin e costo dell'energia: un doppio crollo correlato?

Bitcoin in calo del 40% in meno di due settimane, seguito a ruota da Ethereum e Litecoin. A cosa si lega il recento crollo delle cripto? La divisione del Bitcoin cash in due sotto divise ha diminuito l'interesse di mercato. Sul comparto può aver pesato però anche il calo del prezzo del petrolio...

Bitcoin cripto
Fonte Bloomberg

Temporanea battuta d’arresto per il bitcoin (oggi attorno alla soglia della parità), che frena dalla brusca discesa partita lo scorso 14 novembre e che ha visto la quotazione perdere oltre il 40% in meno di due settimane.

Del recente crollo delle criptovalute si è più volte discusso, seppur in assenza di una chiara e certa motivazione. La perdita di interesse nella divisa virtuale si è intensificata dopo l’ultima divisione di Bitcoin cash (conio nato dalla modifica del protocollo di Bitcoin nell’agosto 2017) in Bitcoin ABC e Bitcoin SV, sottodivise rispondenti a due filosofie diverse, pronte a farsi guerra per rivendicare il proprio ruolo di “vero” Bitcoin cah.

A ciò si aggiungono i rinnovati timori di un mercato tornato a mostrare avversione al rischio e, dunque, meno propenso a sbilanciarsi a favore dell'innovazione e della tecnologia più d'avanguardia.

All’orizzonte si fa largo però un'ulteriore spiegazione, che, seppur marginale, aiuta a comprendere cosa ci sia dietro al Bitcoin e al concetto di mining.

Quanto costa produrre un Bitcoin?

Da una ricerca pubblicata sul settimanale specalistico, Nature, è emerso come i Bitcoin siano in assoluto tra le monete più dispendiose sul mercato, sia fisico che digitale: per creare un coin servono infatti 17 megajoule (4,72 kWh), superiori ai 7 megajoule necessari per Ethereum e Litecoin. Curiosa, a proposito, è poi la comparazione con le monete convenzionali: in termini di dispendio energetico, la creazione di un dollaro di rame necessita di 4 megajouel; quella di una moneta d’oro, 5 megajoule, meno di un terzo rispetto a Bitcoin.

Dall’analisi è inoltre emerso come, nel periodo 2016 – 2018, l’ammontare complessivo di emissioni di Co2 per la creazione delle principali criptovalute si sia attestato tra le 3 e le 15 milioni di tonnellate. Non solo: al crescere della volatilità delle quotazioni, si è registrato un costante incremento dei consumi di energia. Considerato che ogni Paese ha un diverso prezzo dell’energia, sia i prezzi di mining, che il livello di emissioni per la creazione di nuova divisa variano: estrarre criptovaluta in Cina, dove l’attività di mining è dal principio tra le più intense, ha generato quattro volte le emissioni di CO2 rispetto al Canada, ove il 60% dell'elettricità complessiva deriva da fonti idroelettriche.

Calcoli, quelli appena proposti, che non contano l’energia impiegata per creare nuova moneta digitale: gli impianti di raffreddamento all’interno delle cosiddette “miniere digitali” necessitano infatti di impianti mirati a mantenere basse le temperature, mossi, a loro volta, da ulteriore energia.

A somme fatte, il boom del Bitcoin ha spinto a rialzo l’impiego di energia utilizzata nella creazione di valuta virtuale, con multipli pari a tre volte quelli necessari per all’estrazione mineraria di oro vero.

Con un prezzo del petrolio in progressivo calo ed un corrispondente calo delle componenti energetiche, tra le cause del ribasso delle cripto, e del Bitcoin, i minori costi di mining potrebbero aver quindi giorcato un parziale ruolo...

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