Petrolio, il rally non si arresta

Il greggio apre la settimana con i prezzi ai massimi da luglio 2015.

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Fonte: Bloomberg

Sembra essere inarrestabile la marcia dell’oro nero, dopo le notizie arrivate venerdì da Vienna. La riunione dei Paesi non-OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) si è conclusa con un taglio della produzione di 558 mila barili al giorno (b/g), un livello lievemente più basso delle attese, ferme a 600 mila b/g. Il contributo maggiore arriva dalla Russia, che ridurrà la sua produzione di 300 mila barili b/g. Tra gli altri Paesi che parteciperanno a questo accordo figurano anche: Azerbaigian, Bahrein, Kazakistan, Malesia, Messico, Oman, Sudan. L’ultimo accordo sui livelli di produzione tra paesi del cartello e non risale al 2001.

L’accordo di venerdì completa così quanto stabilito in occasione della riunione OPEC del 30 novembre scorso, quando era stato deciso di abbassare l’output globale a 32,5 milioni di b/g.

Questi nuovi livelli di produzione entreranno in vigore a gennaio e avranno una durata iniziale di 6 mesi, salvo proroghe e/o modifiche che saranno discusse nella riunione fissata per il 25 maggio 2017.

A fare da traino alle quotazioni potrebbero essere per lo più le dichiarazioni arrivate dal ministro del petrolio saudita, Khalid Al Falih, secondo cui l’Arabia potrebbe decidere di tagliare ulteriormente “la produzione al di sotto dei livelli fissati durante il meeting di Vienna del 30 novembre”.

Tutto ciò, sta alimentando il rally sull'oro nero, che ieri sera in apertura sui mercati asiatici ha toccato i livelli massimi da luglio 2015. Il Brent Crude con scadenza a febbraio si è spinto sino a 57,60 dollari/barile, salvo poi riposizionarsi sui 56 dollari. Medesimo movimento anche per il WTI, che sulla scadenza gennaio, è arrivato a 54,50 dollari.

Quali le prospettive?

Crediamo che l’eccesso di offerta possa essere smaltito temporaneamente nell'arco dei primi tre mesi del 2017. Se i prezzi dovessero superare e stabilizzarsi sopra i 60 dollari/barile, la produzione negli Usa attraverso lo shale oil potrebbe riprendere a un ritmo veloce. Secondo i dati riportati venerdì da Baker Huges, l’attività di perforazione negli Usa la scorsa settimana ha toccato quota 498 pozzi, il livello più alto da gennaio. E potrebbe accelerare sensibilmente se i prezzi dovessero continuare a salire.

Proprio questo elemento potrebbe stemperare forti risalite dei prezzi, sui timori di un ritorno di eccesso di offerta. Crediamo che la soglia dei 60 dollari rappresenti un livello di massimo per i prossimi 6 mesi. Allo stesso tempo, un ritorno delle vendite potrebbe riportare le quotazioni verso i 45-43 dollari. Il range di variazione atteso potrebbe essere tra i 43-55 dollari.

Intanto, il mercato appare sempre più guidato dall’andamento dei prezzi del greggio, che condiziona a cascata tutte le altre asset class, attraverso le nuove aspettative inflattive.

I forte balzo dell'oro nero penalizza il mondo del reddito fisso, con gli operatori che escono dai bond per riposizionarsi sull'equity. Il reflazionamento in corso potrebbe spegnersi del tutto se i tassi sui bond dovessero arrivare a superare dei livelli per cui gli operatori giudichino alto il livello rischio-rendimento rispetto all'azionario.

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