Prezzo del petrolio: tornano i $48 al barile. Sfida tra domanda e offerta

L'Arabia Saudita rallenta la produzione, l'Opec taglia l'output, la Nigeria fissa un obiettivo di prezzo a 60 dollari. Pesano però rischio Cina, warning Apple e timori di un calo della manifattura.

Fonte: Bloomberg

Prosegue il rialzo del prezzo del petrolio che, per la prima volta da inizio anno, si porta al di sopra dei 48 dollari al barile (57 dollari per il Brent). Il greggio ha beneficiato del recente ribasso del dollaro contro le principali valute (dopo il crash valutario in tarda serata registrato lo scorso mercoledì), della possibile distensione dei rapporti commerciali tra Cina e Stati Uniti, nonché della notizia delll’Arabia Saudita, che avrebbe avviato il taglio dell'output giornaliero.

A limitare il rialzo del Wti è stato invece il lancio del revenue warning da parte di Apple: in una dichiarazione ufficiale, il Ceo del gruppo, Tim Cook, ha dichiarato come il rallentamento economico cinese, esasperato dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti, abbia costretto Cupertino a rivedere le proprie stime di vendita per il primo trimestre fiscale (con un fatturato a 84 miliardi di dollari contro una forchetta iniziale tra 89 e 93 miliardi).

Il calo del traffico retail e del dato sulle vendite di smartphone ha riacceso i timori non solo su uno dei principali colossi tech mondiali, ma sull’effetto che la guerra avviata da Donald Trump e il rallentamento della domanda cinese potranno avere sulla produzione globale.

La Cina è il maggior importatore mondiale di petrolio, grazie alla manifattura e al comparto industriale: il calo dell’indice Caixin/Markit di dicembre, sceso al di sotto del livello dei 50 (soglia che segna il confine tra un’economia che si espande ed una che decresce) sui minimi da maggio 2017 convalida ogni timore di rallentamento. A tale paura si è inoltre aggiunto il calo del dato sull’indice manifatturiero Usa a dicembre, che rivela comunque una crescita in area 54, ma sui livelli più bassi dal 2016.

A contendersi la leadrship sul prezzo del petrolio, ancora una volta, sono la forza della domanda e i livelli dell’offerta. Riguardo all'offerta, l’output di dicembre da parte dei principali produttori di petrolio al mondo (Opec) è diminuita ai minimi da due anni, con Arabia Saudita e Russia prime promotrici di un taglio della produzione focalizzato all’aumento dei prezzi.

In attesa del dato di oggi sulle scorte di petrolio americane (ore 17 locali), tra gli operatori di mercato resta la convinzione che molta voce in capitolo abbia il Presidente Trump, che spinge a favore di prezzi del petrolio contenuti, volti ad agevolate l’attività imprenditoriale ed industriale americana.

Secondo Moody’s nel 2019 è probabile che i prezzi globali di gas e petrolio restino volatili, seppur in presenza di maggiori spunti di crescita. Il range di prezzi di riferimento per il greggio texano (WTI), principale benchmark del Nord America, si attesta secondo l’istituto tra $50 e $70 al barile.

Intanto, in Nigeria (Stato membro dell’Opec), il Federal Executive Council, in una riunione presieduta dal presidente Muhammadu Buhari, ha approvato il budget di medio termine 2019-2021, fissando il prezzo del greggio a 60 dollari al barile, contro un precedente dato a $ 50,5 contenuto nel bilancio del 2018.

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