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USD/JPY ha raggiunto area 162,50, il livello più alto dal 1986. Il movimento riflette il forte divario tra FED e BoJ, ma anche incertezze sulla sostenibilità della politica fiscale giapponese. Il posizionamento estremo sullo yen aumenta inoltre il rischio di una correzione violenta in caso di nuovo intervento di Tokyo
Il cambio USD/JPY è tornato al centro dell’attenzione dei mercati dopo aver raggiunto area 162,50, livello che non si vedeva dal 1986. La rottura dei precedenti massimi conferma la pressione strutturale sullo yen e riapre il dibattito su un possibile nuovo intervento delle autorità giapponesi sul mercato valutario.
Il movimento è particolarmente rilevante perché arriva dopo gli interventi effettuati da Tokyo tra aprile e maggio, quando il cambio aveva già superato quota 160. In quella fase, le autorità erano riuscite a riportare temporaneamente USD/JPY verso area 155-156, ma l’effetto si è progressivamente esaurito.
Il mercato sta quindi inviando un messaggio chiaro: senza un cambiamento sostanziale nella politica monetaria giapponese, l’intervento valutario può rallentare la debolezza dello yen, ma difficilmente può invertirla in modo duraturo.
La principale causa della debolezza dello yen resta il divario di politica monetaria tra Federal Reserve e Bank of Japan. Negli Stati Uniti, le aspettative di mercato si sono spostate verso uno scenario di tassi più alti più a lungo, con il mercato che assegna una probabilità significativa a un possibile rialzo entro dicembre. In Giappone, invece, la BoJ continua a muoversi con estrema cautela, nonostante un’inflazione ancora superiore al target.
Questo differenziale rende ancora conveniente il carry trade: gli investitori si finanziano in yen, valuta a basso rendimento, per acquistare asset denominati in dollari o comunque con rendimenti superiori. Finché il costo del denaro in Giappone resta basso e la Fed mantiene un orientamento restrittivo, lo yen tende a rimanere sotto pressione.
A questo si aggiunge il tema geopolitico. Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di prezzi energetici più elevati penalizzano il Giappone, economia fortemente dipendente dalle importazioni di energia. Un petrolio più caro può peggiorare le ragioni di scambio del Paese e ridurre l’appeal della valuta giapponese.
Alla debolezza dello yen contribuisce anche il quadro politico e fiscale giapponese. Il mercato teme che il governo nipponico possa adottare una linea più espansiva sulla spesa pubblica, con nuove misure di sostegno all’economia e minore attenzione al rigore dei conti.
Il tema è delicato perché il Giappone ha già un debito pubblico molto elevato e una politica monetaria ancora estremamente accomodante rispetto agli standard internazionali. In questo contesto, un aumento della spesa pubblica potrebbe alimentare dubbi sulla sostenibilità fiscale del Paese e ridurre ulteriormente l’attrattività dello yen.
Per gli investitori internazionali, il rischio è duplice. Da un lato, una politica fiscale più espansiva può sostenere nel breve periodo la crescita e l’azionario giapponese. Dall’altro, se percepita come poco rigorosa, può aumentare la pressione sui titoli di Stato giapponesi e indebolire la valuta, soprattutto se la BoJ dovesse continuare a mantenere tassi reali molto bassi.
In altre parole, lo yen non è penalizzato solo dal differenziale dei tassi con gli Stati Uniti. La valuta giapponese risente anche della percezione che il mix tra politica monetaria prudente, debito elevato e possibile aumento della spesa pubblica possa restare sfavorevole ancora a lungo.
Un altro elemento interessante è il comportamento dei flussi verso l’azionario giapponese. Nel 2026 gli investitori esteri hanno continuato ad acquistare azioni giapponesi, ma questo non ha prodotto un rafforzamento dello yen.
La spiegazione è legata alle coperture valutarie. Molti investitori internazionali, soprattutto in una fase di yen debole, comprano azioni giapponesi ma coprono il rischio cambio vendendo yen sul mercato valutario.
Il risultato è paradossale solo in apparenza: i capitali entrano sull’equity giapponese, ma la copertura valutaria genera pressione ribassista sulla valuta.
La domanda ora è se il Ministero delle Finanze giapponese interverrà di nuovo. La soglia psicologica di 160 è già stata superata, e il ritorno verso area 162-163 aumenta la pressione politica su Tokyo.
Il problema è che l’esperienza recente mostra come gli interventi abbiano funzionato più da freno temporaneo che da vera inversione di trend. Tra il 28 aprile e il 27 maggio, il Giappone ha utilizzato 11,7 trilioni di yen, circa 73,6 miliardi di dollari, per sostenere la valuta. Il movimento ha prodotto una correzione del cambio, ma in meno di due mesi USD/JPY ha recuperato il terreno perso.
Il Giappone dispone ancora di ampie riserve valutarie, pari a circa 1.094 miliardi di dollari a fine maggio, ma il tema non è solo la capacità di intervento. Vendere asset in dollari, soprattutto Treasury USA, per comprare yen può avere effetti collaterali sul mercato obbligazionario americano, in una fase in cui i rendimenti restano già molto sensibili alle aspettative sulla Fed.
Il fatto che il trend resti favorevole al dollaro non significa che il cambio sia privo di rischi. Anzi, proprio la forte concentrazione delle posizioni corte sullo yen aumenta la probabilità di movimenti improvvisi e violenti.
I dati della CFTC (Commodity Futures Trading Commission) mostrano posizioni nette speculative corte sullo yen pari a circa 11,3 miliardi di dollari al 22 giugno, vicine ai livelli più elevati degli ultimi due anni. Questo significa che il mercato è molto esposto nella stessa direzione: dollaro forte e yen debole.
In un contesto simile, un intervento valutario o un segnale più aggressivo della BoJ potrebbe innescare una rapida chiusura delle posizioni carry trade, con conseguente rafforzamento dello yen e discesa di USD/JPY.
È uno scenario già visto nel 2024, quando l’intervento valutario e il successivo rialzo dei tassi della BoJ contribuirono a un rapido cambio di rotta del carry trade. Il rischio, quindi, non è tanto una graduale inversione del trend, quanto una correzione brusca dopo un eccesso di posizionamento.
Il quadro di fondo resta favorevole al dollaro contro yen finché il differenziale di politica monetaria tra Fed e BoJ continuerà ad ampliarsi o a rimanere elevato. La debolezza dello yen non è quindi solo un movimento tecnico, ma il riflesso di fattori strutturali: tassi giapponesi ancora bassi, carry trade, dipendenza energetica, coperture valutarie sugli investimenti azionari e dubbi sulla disciplina fiscale del governo giapponese.
Tuttavia, il livello raggiunto dal cambio rende il trade sempre più delicato. Più USD/JPY sale, più aumenta il rischio di intervento. E più il posizionamento corto sullo yen diventa affollato, maggiore è la possibilità di una correzione rapida in caso di sorpresa.
Per i trader, il messaggio è duplice: il trend di medio periodo resta favorevole al dollaro, ma nel breve termine il rapporto rischio/rendimento diventa meno lineare. L’area 161,50 sarà il primo livello da osservare per capire se il mercato sta semplicemente consolidando o se sta iniziando un vero unwind del carry trade.
Al rialzo, invece, il superamento di area 162,50 potrebbe alimentare una nuova fase di forza del dollaro, ma anche accendere ulteriormente l’allarme intervento a Tokyo.
• USD/JPY sui livelli del 1986: il cambio ha toccato area 162,50, confermando la fase di forte debolezza dello yen.
• Il driver principale resta il differenziale Fed-BoJ: i mercati stanno rivedendo al rialzo le aspettative sui tassi USA, mentre la Bank of Japan mantiene un approccio molto prudente.
• Il governo giapponese può aumentare la pressione sullo yen: nuove misure di spesa pubblica e un approccio meno rigoroso sui conti potrebbero indebolire ulteriormente la valuta.
• L’intervento valutario può frenare il movimento, ma non risolverlo: le precedenti operazioni di Tokyo hanno avuto effetti temporanei, senza invertire il trend di fondo.
• Carry trade molto affollato: le posizioni speculative corte sullo yen sono elevate, aumentando il rischio di short squeeze in caso di intervento o svolta BoJ.
• Livelli tecnici da monitorare: resistenze a 162,50, 163 e 163,75; primi supporti a 161,50 e successivamente 161. In caso di intervento della BoJ, possibile discesa verso 159,50.
Continua a salire USD/JPY, con il dollaro che oggi si è spinto fino a 162,50 yen, aggiornando un nuovo massimo dal 1986. Lo yen continua a risentire di differenziali dei tassi sfavorevoli e di un contesto politico-fiscale giapponese orientato verso una maggiore spesa pubblica e una minore rigidità sui conti. Dal punto di vista tecnico, l’impostazione resta ampiamente rialzista, anche se i principali oscillatori segnalano ormai una condizione di ipercomprato.
A nostro avviso, l’eventuale superamento dei massimi intraday a 162,50 potrebbe creare i presupposti per un’ulteriore estensione del rialzo verso i successivi obiettivi collocati a 163 e 163,75.
Segnali contrari arriverebbero invece con il cedimento del supporto a 161,54, evento che potrebbe preludere a un test di 161, area di transito della SMA 20 e dell’EMA 21.
Rialzista (principale):
sopra 162,50 → possibile estensione del rialzo verso 163;
sopra 163 → spazio per un allungo verso 163,75.
Ribassista (alternativo):
sotto 161,54 → possibile discesa verso 161.
Il quadro tecnico di breve su USD/JPY resta fortemente costruttivo, con i prezzi che continuano ad aggiornare nuovi massimi di lungo periodo. Il superamento di 162,50 rappresenterebbe una nuova conferma della forza in atto, aprendo spazio a un’estensione verso 163 e 163,75. Al contrario, la perdita di 161,54 costituirebbe il primo segnale di indebolimento, con possibile ritorno verso 161.
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