In arrivo i conti del secondo trimestre 2020: cosa aspettarsi su Piazza Affari?

Mancano poche settimane alla pubblicazione dei conti trimestrali (quelli che più di tutti avranno subito l’impatto del lockdown causato dal coronavirus): uno sguardo a banche, petroliferi e titoli industriali

La stagione delle trimestrali negli Usa si apre oggi con i conti per il secondo trimestre 2020 di alcune tra le principali banche (Wells Fargo, Jp Morgan, Citi Group). Per l’avvio di quella italiana bisognerà invece aspettare almeno un paio di settimane - i primi dati verranno infatti rilasciati intorno all’ultima settimana di luglio.

Il secondo trimestre è stato il più colpito dalla crisi economica scatenata dalla pandemia di Covid-19, che si è riversata sull’economia europea proprio tra marzo e maggio, a cavallo dei due trimestri - mentre giugno è stato il mese del tentato recupero. Se i conti delle principali aziende italiane sono usciti piuttosto malconci dal primo trimestre, quando le perdite si sono concentrate per lo più a partire dalla seconda settimana di marzo, difficilmente si potrà sperare in un risultato migliore nel secondo, con quasi due interi mesi in completo lockdown.

Il comparto bancario

A differenza degli Usa, in Italia le banche saranno le ultime a pubblicare i propri dati trimestrali, attesi nella prima settimana di agosto.

Si calcola che la pandemia potrebbe bruciare il 20% dei ricavi delle banche e fino al 60% dei profitti medi, a meno che gli istituti non operino una revisione dei costi tra i 35 e i 40 miliardi di euro: sforzi mai visti neanche all’indomani della crisi finanziaria del 2008.

E già alcuni istituti di credito sono corsi ai ripari. All’inizio del mese Ubi Banca ha annunciato l’aggiornamento del piano industriale al 2022: rispetto all’originale, pubblicato lo scorso febbraio proprio quando mancavano pochi giorni alla scoperta del Covid-19 in Italia, l’utile previsto alla fine del triennio passa dagli originari 665 milioni di euro a 562 milioni.

Unicredit invece già lo scorso 22 aprile aveva annunciato rettifiche sui crediti per 900 milioni di euro nel primo trimestre, che si sono accompagnate al taglio dello stipendio dell’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier il quale, “oltre a rinunciare alla sua remunerazione variabile per il 2020 pari ad un massimo di 2,4 milioni di euro, ha proposto di ridurre il proprio compenso per il 2020 di circa il 25%, equivalente a 300 mila euro”.

Anche Intesa Sanpaolo ha accantonato circa 300 milioni in vista della crisi coronavirus, che hanno pesato sui conti del primo trimestre i cui risultati, in ogni caso, sono stati migliori rispetto a quanto atteso. Rivisti al ribasso gli utili per l’intero 2020, almeno tre miliardi in meno fino alla fine dell’anno.

Rileva inoltre per tutto il settore lo stop ai dividendi, richiesto lo scorso 27 marzo dalla Banca centrale europea e in vigore “almeno fino al mese di ottobre 2020”.

Tra le nubi che si affollano all’orizzonte del comparto bancario (o per lo meno parte di esso) non c’è però solo il Covid-19. È tuttora in corso l’offerta pubblica di scambio lanciata lo scorso febbraio da Intesa a Ubi Banca. Carlo Messina di Intesa punta al 50% più uno dell’azionariato di Ubi per andare in porto con l’operazione per cui si prevede una creazione di valore “non inferiore ai cinque miliardi di euro” (contando anche l’effetto Covid-19).

Il comparto petrolifero

Le grandi aziende petrolifere seguono attentamente l’andamento del prezzo del petrolio, che a sua volta nelle ultime settimane ha seguito quello della curva di contagi da Covid-19 nel mondo e, di pari passo, veniva pilotato dalle scelte sul volume di produzione dei paesi dell’Opec+.

Un serie di variabili che già hanno portato Eni ad aggiornare lo scenario di crescita 2020-24, dopo aver rivisto al ribasso le previsioni del mercato del greggio (considerando un calo del prezzo del Brent da 70 dollari al barile entro il 2023 a 60 dollari).

Anche Saipem già ad aprile aveva annunciato una revisione della guidance relativa all’anno finanziario 2020, secondo cui i profitti sarebbero scesi a 10 miliardi di euro.

E quello automotive

Quanto all’industria italiana, le perdite sono scontate e ingenti. La sola Fiat-Chrysler, emblema dell’intero settore automotive nostrano, ad aprile ha visto le immatricolazioni crollare del 96,3%, per poi recuperare leggermente terreno con una contrazione del 57,2% a maggio e del 20,32% (relativamente meglio rispetto all’intero settore) a giugno: tre mesi di cali storici dovuti al lockdown che ha tenuto i concessionari chiusi per quasi due mesi, i primi del secondo trimestre.

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