Quali sono le azioni italiane più promettenti per il 2021?

La pandemia di coronavirus ha sconvolto le carte in tavola nel 2020, ma i prossimi mesi potrebbero riservare nuove opportunità. Ecco su quali azioni poter andare long (o short!) nel 2021

Se il 2020 è stato l’annus horribilis del covid-19, del crollo dell’economia e del tonfo dei mercati, il 2021 porta con sé un carico non indifferente di nuove speranze. Proprio in considerazione di ciò abbiamo stilato una lista delle cinque migliori azioni italiane su cui investire nel 2021: realtà consolidate, spesso duramente colpite dagli effetti della pandemia del nuovo coronavirus, che tuttavia proprio in virtù della loro resilienza (o del comparto di cui fanno parte) promettono decisi rialzi nei prossimi giorni.

Uno sguardo al mercato italiano negli ultimi 12 mesi

Il 2020 resterà famoso nella memoria degli operatori di Borsa per una caratteristica: la volatilità. L’esplosione della pandemia di covid-19, che in poche settimane è passata dall’essere considerata “una semplice influenza”, per altro (nell’immaginario comune) circoscritta alla sola Cina, all’imporsi sullo scenario internazionale – inclusi i mercati globali.

L’Italia è stata la prima vittima in Europa del nuovo virus. Mentre il mondo iniziava a capire la portata dell’emergenza, il nostro paese tentava di evitare l’inevitabile con un dispiego di forze che, almeno inizialmente, gli è valso il plauso generale del resto dell’Occidente.

È durato poco: in breve il virus si è espanso anche nel resto d’Europa e nelle Americhe. A quel punto, si era abbattuto anche sui mercati finanziari: verso la metà di marzo il tonfo. Il 12 marzo a Piazza Affari il Ftse Mib ha toccato il minimo storico, dopo una picchiata di oltre il 15% che ha fatto precipitare l’indice Mib a quota 14.894 punti.

Dall’inizio dell’anno, l’indice delle società italiane a maggiore capitalizzazione ha perso il 5,42%: meglio del Cac40 francese (-7,14%), comunque peggio del Dax tedesco (+3,55%), mentre i massimi storici toccati più volte dagli azionari di Wall Street sono pressoché miraggi per il Mib 40. Novembre è stato il mese più glorioso: il Ftse Mib ha guadagnato il 23%, in un rally fomentato dalla combo tra elezioni negli Usa e l’annuncio dei vaccini anti-covid di Pfizer/Biontech e Moderna.

D’altra parte, il 2020 sarà anche ricordato per l’anno dello scollamento tra l’economia reale e l’andamento dei mercati finanziari. La prima infatti non si è affatto ripresa dall’impatto del covid-19 altrettanto rapidamente – tutt’altro: gli effetti delle chiusure prolungate si sconteranno ancora a lungo: la Commissione europea stima una contrazione del prodotto interno lordo nostrano del 9,5%.

Le azioni della borsa italiana con più alto potenziale di crescita nel 2021

Stellantis

Di Stellantis si parlava dallo scorso autunno. Era ottobre quando la casa automobilistica italo-statunitense Fca annunciò l’imminente fusione con la francese Psa: un matrimonio in grado di dare vita a un colosso da circa 45 miliardi di euro, quarto al mondo dopo General Motors, Volkswagen e Renault-Nissan.

La pandemia di covid-19 si è abbattuta sui piani di Mike Manley (Fca) e Carlos Tavares (Psa), ma non li ha fatti desistere. Complice anche un maxi-finanziamento coperto da garanzia sace da 6 miliardi di euro concesso dallo stato italiano a Fca, il piano è riuscito a concludersi con un matrimonio che si è celebrato il 4 gennaio, con il debutto delle due spose lunedì 18 gennaio su Piazza Affari e sull’Euronext di Parigi – seguito, il giorno dopo, dalla quotazione sul NYSE.

Cosa prevede il 2021 per Stellantis?

Tanto per cominciare, da segnare sul calendario la data dell’8 marzo. Quel giorno infatti si riunisce l’assemblea degli azionisti di Stellantis: all’ordine del giorno, l’approvazione della distribuzione di azioni ordinarie fino a 54.297.006 unità, lasciate in eredità da Faurecia, e 308 milioni, ovvero i proventi ricavati da Peugeot proprio con la vendita di azioni ordinarie di Faurecia, avvenuta lo scorso ottobre – in base a un accordo, siglato per ragioni normative, per cui Psa si era impegnata a vendere il 7% della su partecipazione all’interno di Faurecia.

La quota di Faurecia in capo a Psa (il 46%) sarebbe dovuta essere distribuita agli azionisti delle due case automobilistiche post-fusione, secondo accordi siglati lo scorso settembre. A operazioni concluse, Stellantis potrà godere di ulteriori 2,6 miliardi di euro.

Prossimi obiettivi? Secondo Carlos Tavares, già amministratore delegato di Psa e che ora ricopre la nuova carica all’interno di Stellantis (quella di presidente è andata a John Elkann), già nei prossimi quattro anni il gruppo Stellantis sarà in grado di generare 25 miliardi di euro di valore, grazie a sinergie che “non sono solo risparmi ma permettono di generare fatturato”, come ha dichiarato in occasione della prima conferenza stampa della neonata casa automobilistica.

Il giudizio sulle azioni Stellantis

Nei prossimi trimestri, le principali agenzie di rating concordano nel giudicare le prospettive di Stellantis come stabili. Fitch ne fissa il rating a BBB-, stimando che l’impatto della pandemia di covid-19 possa continuare a produrre effetti ancora per tutto il 2021 ma che, successivamente, gli stessi saranno sempre più limitati.

E' bullish anche da parte di Equita SIM, che conferma il suo "Buy" con target price a 18,7 euro. Giudizio simile da parte di Kepler Cheuvreux, che conferma "Buy" e fisa il target price a 18 euro.

Unicredit

Dopo un’estate di fuoco per il comparto bancario, nel 2021 gli investitori si attendono ulteriori movimenti nella rete dei grandi istituti finanziari italiani.

Dopo l’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca, che si è conclusa con il successo di Ca’ de Sass, l’intero comparto è in fermento. Così, mentre Banco Bpm e Bper Banca continuano a corteggiarsi, seppur mantenendo un profilo basso (ma gli esperti continuano comunque a ritenere che i due istituti possano convolare a nozze entro il primo semestre del 2021), l’attenzione si catalizza attorno a Unicredit, unico colosso, agli occhi del governo, a poter fari carico del fardello Monte dei Paschi.

Unicredit: fusione sì, fusione no?

Davanti alle pressioni per una futura fusione, l’amministratore delegato di Gae Aulenti, Jean Pierre Mustier, ha dovuto farsi da parte. All’inizio di dicembre 2020 il ceo di Unicredit ha annunciato di voler lasciare l’incarico alla scadenza del suo mandato, nell’aprile del 2021. Una decisione improvvisa? Non proprio: troppe le pressioni dall’esterno e troppo male si conciliavano con la ferma determinazione di Mustier nel rifiutare qualsiasi ipotesi di fusione.

D’altra parte, nel frattempo il tempo scorre: il ministero dell'Economia si è impegnato con le autorità europee a privatizzare Mps, di cui detiene il 64% circa dopo il salvataggio da otto miliardi del 2017, al più tardi entro metà 2022.

Occhi aperti allora già dalle prossime settimane, quando potrebbe uscire il nome del prossimo numero uno di Unicredit.

Il giudizio sulle azioni Unicredit

Nel frattempo, i giudizi sul titolo restano contrastanti, in attesa delle prossime mosse. Così, se per Société Generale il giudizio può alzarsi su “Hold”, con target price a 8.10 euro, anche Jp Morgan alza il prezzo obiettivo, fino a 9 euro, salvo però lasciare il giudizio su “Neutral”. Ed è un “Neutral” anche per Credit Suisse, che però lo scorso sette gennaio ha abbassato il target price a 8,80 euro.

Il settore petrolifero

Per gran parte del 2020 il prezzo del petrolio si è mosso come su un ottovolante – specialmente in primavera, quando allo stop di voli e collegamenti si è aggiunta la guerra al ribasso dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita: le due potenze hanno aumentato a dismisura la produzione, provocando un crollo del prezzo del greggio fino al punto in cui il Wti ha toccato il minimo storico, scendendo sotto lo zero.

Il calo delle quotazioni del barile si è riversato sui titoli del settore. Sul Ftse Mib ciò è equivalso a un calo di circa il 40% per Eni, di oltre il 50% per Saipem e intorno al 38% per Tenaris.

Quali prospettive per il 2021?

D’altra parte, la risposta dei paesi Opec + (i principali produttori di petrolio al mondo, cui si aggiungono anche paesi alleati come Russia o Kazakhstan) alla crisi energetica sembra aver avuto effetto. I paesi, capeggiati da Arabia Saudita, si sono accordati per attenersi a un regime di tagli alla produzione: inizialmente 9,7 milioni di barili in meno al giorno, valore da abbassare gradualmente, al progressivo ritorno in quota del barile.

E proprio dal successo della strategia dei tagli alla produzione dipende l’andamento dei titoli oil anche su Piazza Affari.

Attenzione nei prossimi mesi in particolar modo alle azioni Eni. Dopo l'acquisizione annunciata a fine gennaio in Spagna, l'amministratore delegato di Eni gas e luce Alberto Chiarini ha annunciato l’intenzione della la società di concentrarsi soprattutto sul Sud e l'Est Europa per la sua crescita mentre la Germania è "un po' in una situazione intermedia".

Il giudizio sulle azioni Eni

Il 21 gennaio Jefferies ha alzato il target price delle azioni Eni a 8,60 euro, con giudizio “Hold”. Buone prospettive anche per Credit Suisse, che nella seconda metà del mese ha portato il prezzo obiettivo a 10,50 euro, mantenendo tuttavia il giudizio su “Underperform”.

Giù invece il giudizio di Bernstein, per cui le azioni Eni scendono a “Market Perform”, mentre il target price scivola a 7 euro.

Diasorin

Tra i grandi protagonisti del 2020 non può non contarsi il settore farmaceutico. Dal momento dello scoppio della pandemia di covid-19, in tutto il mondo le case farmaceutiche hanno messo in moto i motori per vincere la sfida più importante della loro vita: la scoperta di un vaccino non avrebbe significato solo la salvezza dell’economia globale (e del genere umano), ma anche un colossale ritorno economico in termini di profitti.

Ad accaparrarsi la gallina dalle uova d’ora sono state due aziende statunitensi: Pfizer, che comunque si avvale della collaborazione della tedesca Biontech, e Moderna, seguite a stretto giro dalla britannica Astrazeneca. Dal momento dell’annuncio del vaccino, le azioni delle suddette case farmaceutiche sono schizzate: quelle di Pfizer/Biotech hanno guadagnato oltre il 14% nelle ore immediatamente successive. Risultato ancora più spettacolare per Moderna, che nei giorni immediatamente successivi all’annuncio (arrivato circa una settimana dopo quello di Pfizer) ha quasi raddoppiato il proprio valore, osservando un aumento di circa l’80%, mentre ad oggi segna un balzo in avanti dai tempi pre-vaccino di oltre il 62%.

E l’Italia?

Il comparto farmaceutico nostrano non sembra essere riuscito a tenere il passo con la corsa. Tra i titoli più rilevanti, spicca quello di Diasorin: in rialzo, nonostante il crollo dei mercati di marzo, di oltre il 52% dall’inizio dell’anno, la casa farmaceutica piemontese ha fin da subito battuto la strada del suo core business, ovvero i test molecolari per rilevare la presenza del virus nell’organismo.

E non è un caso che, il 9 novembre – giorno dell’annuncio del vaccino Pfizer – le quotazioni Diasorin siano crollate: il mercato aveva già iniziato a prezzare il conseguente calo dei test, che rappresentano circa il 30% dei ricavi della società. E, in effetti, nei primi nove mesi del 2020, i ricavi dalla produzione di test molecolari sono balzati del 243%, equivalenti a oltre 158 milioni di euro, raccolti per lo più in Nord America e solo in volume minore in Europa.

D’altra parte, la strada per la lotta al covid-19 è ancora lunga e passa anche attraverso i test sierologici per monitorare la presenza di anticorpi – utili, per altro, a monitorare l’efficacia del vaccino nel tempo. E fin dall’inizio della pandemia Diasorin si è affermata proprio nella fabbricazione di tali test.

Il giudizio degli analisti

In considerazione di ciò, le raccomandazioni sul titolo Diasorin nell’ultimo trimestre hanno compreso per lo più giudizi al rialzo. L’ultima, arrivata il 28 dicembre da Equita Sim, mantiene il giudizio sulle azioni “neutral” con target price a 169 euro.

Ben più ottimista Kepler Cheuvreux, che all’inizio di dicembre 2020 ha alzato il proprio giudizio a “Buy” per un prezzo obiettivo a 194 euro, mentre per Morgan Stanley la casa farmaceutica è “in-line” con target price a 171 euro.

Il comparto tlc

Infine, nei prossimi mesi c’è ragione di attendersi svolte nell’ambito della rete unica a banda ultralarga: una maxi infrastruttura che, nei piani di Telecom Italia, entro il 2026 raggiungerà 1.600 città in tutta Italia.

La questione, agli onori della cronaca finanziaria soprattutto nella seconda metà di agosto – quando si annodò attorno all’ingresso del fondo statunitense Kkr all’interno di FiberCorp, la rete secondaria di Telecom Italia, mentre il fondo australiano Macquarie negoziava l’acquisizione della quota di Enel in Open Fiber, società partecipata 50%-50% tra la società energetica di Francesco Stararce e Cdp. Empre ad agosto, Enel non firmò il Memorandum of Understanding ratificato da Tim e Cdp, che stabiliva un piano per la creazione di una rete unica a banda larga.

Dopo il rinvio di un mese, il termine per l'esercizio del diritto di prelazione da parte di Cdp sulla cessione della quota di Open Fiber in capo ad Enel al fondo australiano Macquarie (avanzato il 23 dicemrbe) scade il 25 febbraio.

Resta alta dunque l’attenzione attorno all’intero comparto. Nel frattempo, sul titolo Tim pesa il rinnovo del Consiglio d’amministrazione, in programma per la prossima primavera – su cui comunque aleggia un piano che prevede la riconferma di Luigi Gubitosi come amministratore delegato: schema proposto dal governo che, tramite Cdp, detiene circa il 10% di Tim.

Il rinnovo dovrebbe avvenire intorno al 20 aprile.

Il giudizio degli analisti

Bene le raccomandazioni da parte di Kepler Cheuvreux, che assegna al titolo Telecom Italia giudizio “Buy” e target price a 0,70 euro. Sempre “Buy”, ma per un prezzo obiettivo a 0,47 euro per Equita, a fine dicembre, mentre all’inizio del mese Berenberg aveva alzato il giudizio di Telecom a “Hold”, per 0,38 euro di target price.

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