Come incide il cambiamento climatico sui mercati finanziari?

È la più grande sfida del XXI secolo e coinvolge tutti: i sistemi finanziari sempre più interconnessi amplificano i rischi naturali, mentre i paesi emergenti dipendenti dai combustibili fossili hanno le ore contate

Climate change: di cosa si tratta e quali sono gli effetti sui mercati?

Si è concluso due settimane fa il World Economic Forum di Davos. Quest’anno, l’appello a un mondo più ”sostenibile” e “coeso” è stato esattamente il tema portante del summit che ha riunito i maggiori stakeholder a livello globale.

Il 2020 è infatti l’anno cruciale entro cui, secondo quanto disposto dall’accordo di Parigi del 2015, i paesi firmatari del patto dovranno far entrare in funzione le misure predisposte per mantenere la temperatura globale non superiore ai due gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industrializzazione, oltre a limitare le emissioni a un massimo di 1,5 gradi.

Quanto è emerso a Davos indica invece che gli obiettivi di Parigi sono ben lungi dall’essere raggiunti. D’altra parte il forum ha centrato perfettamente uno degli obiettivi di Parigi 2015: coinvolgere nell’emergenza climatica anche il mondo della finanza.

Uno studio di South Pole ha infatti analizzato l’impatto del surriscaldamento globale sulla stabilità dei mercati finanziari. Lo studio individua effetti primari, secondari e terziari. I primi sono quelli dovuti ai disastri naturali provocati direttamente dal surriscaldamento climatico (alluvioni, incendi, uragani), in grado di provocare rischi sulle transazioni globali che riguardano aziende, famiglie, governi e compagnie assicurative.

  • Difficoltà in tal senso ricadono anzitutto sulle compagnie assicurative che, in molti casi, si ritrovano a dover corrispondere premi assicurativi più ingenti di quanto prevedibile (emblematico il caso degli incendi in Australia). Come conseguenza laterale, alcune compagnie decidono di non assicurare determinati asset considerati troppo a rischio, provocandone il deprezzamento.
  • In secondo luogo, i danni dei disastri naturali provocati dal surriscaldamento globale ricadono sulle grandi banche e, soprattutto, sui mutui concessi. I rischi naturali sui beni immobili si traducono infatti in rischi di mancata riscossione crediti che, nel momento in cui i volumi di tali crediti diventano ingenti, portano a timori di downgrading e/o default: sono gli effetti secondari, indiretti. Nel 1992, dopo il passaggio dell’uragano Andrew in Florida, danni per 15,5 miliardi di dollari su beni assicurati provocarono il fallimento di 16 compagnie assicurative – ed era solo l’inizio degli anni Novanta. Con il passare del tempo e l’interconnettersi sempre più fitto delle istituzioni nel sistema finanziario, grandi disastri del genere potrebbero ripercuotersi sull’intero sistema dei mercati.
  • A quel punto infatti potrebbero rendersi necessarie iniezioni di liquidità nel mercato o l’introduzione di politiche monetarie volte a risollevare la situazione economica dei paesi colpiti – e questo è l’effetto terziario del surriscaldamento globale sui mercati.

Le azioni intraprese per fronteggiare il cambiamento climatico

A livello globale, pilastro delle azioni per contrastare il surriscaldamento globale è costituito dagli accordi di Parigi, ratificati nel dicembre 2015 all’interno della conferenza quadro delle sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite. Il trattato, firmato da 195 stati, prevede la riduzione delle emissioni di gas serra entro un obiettivo di emissioni che non superino i due gradi centigradi (misurati rispetto ai livelli pre-industrializzazione), oltre all’impegno da parte di ciascun contraente di mantenere le emissioni al di sotto di 1,5 gradi. Nell’aprile 2018, ad aver ratificato il trattato erano 175.

Un grave deficit per il rispetto di tale accordo tuttavia sono gli Stati Uniti, particolarmente riottosi (in particolare sotto l’amministrazione Trump) ad allinearsi a tali impegni, giustificando la decisione con gli svantaggi economici che avrebbe comportato e il fatto che gli Usa si sarebbero trovati in una condizione di costante svantaggio.

I democratici hanno proposto il Green new Deal la scorsa primavera, che tuttavia è ancora bloccato al Congresso, a causa della ferma opposizione dei repubblicani.

Nel frattempo, l’Unione Europea aveva già preso misure a livello regionale. L’European Climate Change Programme è attivo già dal 2000, nel momento in cui gli stati membri iniziarono a lavorare su misure volte a implementare le azioni disposte dal Protocollo di Kyoto.

Qual è l’impatto sulle materie prime? E sulle banche?

I primi effetti ricadono per propria natura sul mercato dei combustibili fossili. La transizione verso un’economia sempre più verde provocherà infatti un deprezzamento di tali asset: tra petrolio, carbone e gas naturale, si calcolano perdite per 1.800 miliardi.

Una rivalutazione in tal senso, provocando perdite in capo agli investitori e ai loro intermediari, porterebbe a una perdita a catena di crediti in capo alle banche, andandosi a ripercuotere sulla liquidità delle stesse. Proprio per garantire una transizione all’energia sostenibile (che non implichi anche uno shock finanziario) sono stati implementati alcuni provvedimenti: nel 2017, otto banche centrali hanno aderito alla “Rete per rendere il sistema finanziario più verde (“Network for Greening the Financial System”), nel tentativo di regolamentare e integrare il “rischio transizione” nelle loro politiche monetarie.

Una corretta valutazione del rischio di transizione permette infatti di ridurre il rischio di un impatto improvviso.

Chi è più a rischio?

D’altra parte, l’estrazione di combustibili fossili rappresenta ancora oggi per diversi paesi il perno dell’economia – il che si traduce in un rischio nel momento in cui, come avvenuto nel 2015 in Venezuela, una discesa dei prezzi ha porato la nazione sull’orlo del default.

Al momento, nella classifica dei principali paesi produttori di petrolio figurano al primo posto gli Stati Uniti (oltre 15 milioni di barili al giorno), Arabia Saudita (12 milioni di barili) e Russia (oltre 10 milioni). Seguono Iraq (4 milioni), Iran (poco meno di 4 milioni) Cina (3.980.000 barili al giorno) e Canada (3.662.694 barili al giorno). Ma non è solo il petrolio a rappresentare una minaccia per il cambiamento climatico. Nel 2018, l’estrazione di carbone in Cina ha costituito il 46% di quella globale, ma a contribuire sono stati anche paesi “insospettabili” come la Germania – tra i più all’avanguardia sulle politiche industriali green.

Ci si può chiedere quale sarebbe l’impatto della transizione a una produzione più pulita per quei paesi per cui petrolio, carbone e gas naturale rappresentano i pilastri dell’economia. Il report sull’Energia Globale e lo stato della Co2 ha rivelato che, nel 2018, la domanda di combustibili fossili è aumentata del 2,3%, nonostante gli sforzi di diverse economie di diversificarsi.

Si stima che, continuando a bruciare combustibili fossili al ritmo odierno, questi dureranno (a meno che non vengano scoperti nel frattempo nuovi giacimenti) fino al 2060. D’altra parte, volendo mantenere il livello di riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi entro il 2015, come da accordi di Parigi, lo sfruttamento dovrà ridursi dell’80% per il carbone, del 50% per il gas e del 30% per il petrolio. Ciò potrebbe provocare un aumento dei prezzi, dunque, insieme a un prolungamento della vita dei combustibili fossili: una buona notizia per i paesi esportatori nel breve termine, dunque; ma una sfida alla diversificazione della propria economia, esattamente come progetta di fare l’Arabia Saudita con il suo programma “Vision 2030”.

Al momento, la Cina è il paese che produce più emissioni di Co2 nell’atmosfera: il 61% dell’energia impiegata per la produzione industriale proviene dal carbone, il 19% dal petrolio, gas naturale ed elettricità contano il 7% ciascuno. Pechino è la più grande consumatrice di energia a livello globale dal 2009, in volume direttamente proporzionale alla crescita economica.

Seguono gli Stati Uniti, con il 36% del consumo di petrolio, il 32% di gas, 15% di carbone e solo 13% in elettricità. Al terzo posto l’economia emergente dell’India, il cui consumo energetico prevede carbone per il 44%, petrolio per il 25% e biomasse per il 21%. Il quarto posto alla Russia, che consuma oltre il 53% di energia in gas naturale, di cui la Russia è particolarmente ricca, il 22% in petrolio, il 125% in carbone e il 9% in elettricità. Prima europea in classifica è la Germania, il cui consumo energetico si divide in 32% di petrolio, 24% di gas naturale, 22% di carbone, 10% di elettricità e 11% di biomasse. L’Italia invece utilizza il 38% di gas naturale, il 35% di petrolio,11% di elettricità e 10% di biomasse.

Quali sono gli effetti in Borsa per le aziende del settore?

Una transizione verso un’energia più verde impatterebbe dunque sulle principali compagnie attive nel settore energetico, con ripercussioni sulle loro performance sui listini.

Gazprom in Russia, Shenhua in Cina, ExxonMobil e Chevron negli Usa: si tratta di compagnie quotate nei diversi listini nazionali i cui fatturati ammontano a miliardi. Nel 2019, Gazprom ha esportato gas naturale per 1.622 miliardi di rubli (oltre 25 miliardi di dollari), con utili per 212 miliardi di rubli (più di tre miliardi di dollari) e un valore di 52,3 miliardi di dollari; Shenhua, quotata sulla borsa di Hong Kong, conta su una capitalizzazione di 57,3 miliardi di dollari; il gigante statunitense del petrolio ExxonMobil vale sul NYSE 262,84 miliardi di dollari, mentre Chevron segue con 202,59 miliardi di dollari.

Secondo diversi sondaggi, gli investitori istituzionali considerano il rischio di transizione relativamente meno pericolosi di altri, giudicati più incombenti, come quello finanziario, operativo, sociale o legato alla governance. In ogni caso, l’impatto del rischio di transizione viene considerato come prossimo, se non attuale, e non da scontare sul lungo termine.

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