Doha è la svolta? Prospettive sul petrolio

Domenica in Qatar si riuniranno i membri dell'OPEC e alcuni paesi non-OPEC per decidere se congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio

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Fonte Bloomberg

Oggi le quotazioni del greggio perdono quasi 3 punti percentuali sulle ricoperture dei grandi player del mercato in vista del meeting di Doha in Qatar che si terrà il 17 aprile, che per molti è già considerata una delle riunioni più importanti degli ultimi 30 anni.

Escluso un taglio della produzione i partecipanti al meeting paesi membri del cartello OPEC e paesi non OPEC decideranno se congelare i livelli di produzione ai livelli di gennaio, tornando a una produzione pro-quota e non più “free for all”.

Nonostante i preaccordi di febbraio tra Russia, Arabia Saudita, Venezuela e Qatar e l’ottimismo dei paesi arabi molto difficilmente crediamo che si possa raggiungere un accordo al meeting e soprattutto anche in caso di intessa che poi possa essere messo effettivamente in pratica.

Al momento esclusa la Libia tutti i membri dell’OPEC parteciperanno alla riunione. Tra i big dei paesi non-OPEC solamente la Russia parteciperà al meeting. Stati Uniti, Canada, Norvegia, Brasile non andranno a Doha. Il Messico dovrebbe partecipare ma solamente come osservatore. Oman, Kazakhstan, Azerbaijan dovrebbero essere in Qatar.

Nonostante alcune defezioni importazioni il punto cruciale sarà l’atteggiamento dell’Iran al meeting.

Il ministro del petrolio iraniano Zanganeh dovrebbe mandare un rappresentante per partecipare alle trattative ma ha già informato che Teheran non ritornerà ai livelli di produzione di gennaio (possibile che il rappresentante inviato da Zanganeh possa proporre per l'Iran una quota di produzione ai livelli registrati prima delle sanzioni economiche).

Riteniamo molto difficile che l’Arabia Saudita possa concedere il via libera a un accordo senza la partecipazione dell’Iran. Il Governo di Riyad non ha alcuna intenzione di aiutare il suo principale rivale economico e politico a guadagnare quote di mercato. Tuttavia i bassi prezzi petroliferi hanno messo con le spalle al muro l’amministrazione saudita con forti disavanzi del bilancio (98 miliardi di dollari lo scorso anno) e con un marcato deflusso di riserve valutarie estere per difendere il peg del riyal sul dollaro (secondo BofA Merrill Lynch nel 2015 utilizzate riserve per 100 miliardi di dollari).

Il principale obiettivo di Riyad di far uscire dal mercato i piccoli imprenditori statunitensi di shale oil è stato raggiunto visti i dati sul numero di trivelle attive presenti negli States. Rispetto allo scorso anno il numero di trivelle attive è sceso di 578 da 1028 a 450. Ora però bisogna rimediare ai danni prodotti dai bassi prezzi del greggio. Soluzione non facile visto che per riportare i prezzi petroliferi sopra i 60 dollari al barile servirà un accordo per diminuire la produzione e così l’eccesso di offerta.

Riteniamo che il meeting avrà nel medio periodo un impatto limitato sui prezzi petroliferi. Ci aspettiamo un rialzo delle quotazioni del greggio non per le scelte di Doha ma per una flessione dell’offerta di petrolio, legata, in prevalenza, alla forte crisi dello shale oil con un marcato aumento di imprese statunitensi che hanno fatto ricorso al Chapter 11. Un recupero della domanda e una diminuzione dell’offerta porteranno nel medio periodo a un recupero delle quotazioni del petrolio attorno alla quota di 60 dollari al barile. Il meeting più importante degli ultimi 30 anni potrebbe essere quindi un “non evento”.