Referendum, shock sui mercati? Riflettori sul sistema bancario italiano

Mancano meno di due settimane al referendum costituzionale in Italia e continua ad aumentare la volatilità sui mercati 

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Fonte: Bloomberg

Mancano meno di due settimane al referendum costituzionale in Italia e continua ad aumentare la volatilità sui mercati

Forti timori degli investitori per il referendum costituzionale in Italia. Il vantaggio dei “NO” nei sondaggi ha aumentato le preoccupazioni degli operatori su un lungo periodo di instabilità politica con possibili scenari di un governo tecnico o di un rimpasto di governo per partorire una nuova legge elettorale il prima possibile e tornare alle urne per eleggere un “nuovo” parlamento.

Gli ultimi sondaggi pubblicati negli ultimi due giorni hanno, tutti, evidenziato un vantaggio netto a favore dei “NO” (dal +10% di Lorien Consulting al +5% di Index Research). Sono ancora, comunque, tanti i cittadini italiani indecisi (circa un 25% degli interpellati).

Ricordiamo che l’ultimo giorno per pubblicare sondaggi era stato fissato, secondo la legge italiana, il 18 novembre. In queste ultime due settimane gli schieramenti potranno fare campagna mediatica ma non ci saranno conferme sull’andamento delle intenzioni di voto calcolate dalle case di ricerca.

Un modo per seguire il sentiment sul referendum è guardare le nostre opzioni Digital 100 sull’esito della tornata elettorale. Sulla piattaforma IG al momento la probabilità di vittoria dei “NO” è pari al 70%.

https://www.ig.com/it/referendum-costituzionale-2016

Le tensioni principali sono nel mercato obbligazionario sulle paure di una revisione al ribasso del rating sul debito italiano in caso di vittoria del NO. Lo spread btp-bund è salito in novembre da 145 a 175 punti base.

Conferme sono arrivate anche osservando lo spread btp-bonos spagnoli con uno spread salito in un solo mese da 40 a 50 punti base, livelli che non si vedevano da inizio 2012.

Sul mercato azionario grazie al buon andamento delle piazze azionarie di Germania e Stati Uniti si sono limitati i danni.

L’indice italiano ha mostrato nel mese di novembre solamente un ribasso del 3%.

Sotto ai riflettori le banche italiane in primis Banca Monte Paschi di Siena e Unicredit a causa dei prossimi aumenti di capitale.

La situazione più difficile è per l’istituto di credito toscano che dovrà affrontare un ingente aumento di capitale da almeno 5 miliardi di euro che “dovrebbe” essere raccolto proprio nelle settimane successive all’esito del referendum. Il 24 novembre si riunisce l’assemblea degli azionisti per dare il via libera all’aumento di capitale. Intanto prima del referendum bisognerà anche verificare la risposta degli obbligazionisti di MPS alla decisione dei vertici della banca di avviare una operazione di liability management ovvero di convertire le obbligazioni subordinate in azioni. Attesa una raccolta almeno pari a 1,5 miliardi di euro.

Agli obbligazionisti subordinati rimane, quindi, il dilemma se aderire o no all’offerta. Cosa conviene tra convertire le obbligazioni diventando azionisti di MPS e assumendosi così ancora più rischi o non convertire rischiando lo scenario di “bail in” con conseguenze ben peggiori.

Intanto in Borsa il titolo continua a mostrare una fortissima volatilità con oscillazioni in seduta daily spesso a doppia cifra. Le prospettive tecniche rimangono ampiamente ribassiste.

Fonte: Piattaforma IG

Altra banca sotto la lente è Unicredit con un atteso aumento di capitale da oltre 10 miliardi di euro (secondo le ultime indiscrezioni dovrebbe essere pari a 13 miliardi di euro). Rispetto a MPS non si conoscono ancora le tempistiche dell’aumento che tuttavia non potrebbe essere rinviato troppo a lungo nel tempo. Intanto continuano le operazioni straordinarie lanciate dal nuovo CEO Jean Pierre Mustier ovvero le cessioni di Pioneer Asset Management e Bank Pekao. Per Bank Pekao le trattative dovrebbero essere alle battute finali con il gruppo assicurativo polacco Pzu e con il fondo statale sempre polacco Pfr. Per Pioneer il discorso è un po’ più complicato visto che il prezzo che richiede Unicredit è molto alto. Negli ultimi giorni Aberdeen AM si è ritirata dalla corsa all’acquisto. Rimangono in prima fila la francese Amundi e l’italiana Poste Italiane.

Dopo il violento ribasso evidenziato tra ottobre 2015 e luglio 2016 (-75% da 6 a 1,70 euro) il titolo ha provato a mostrare una reazione. Negli ultimi quattro mesi i prezzi sono contenuti in un canale lievemente ascendente. I segnali di ripresa non sono tuttavia così forti per giustificare delle prospettive grafiche positive di lungo periodo. Attenzione quindi a possibili cadute. L’eventuale cedimento del sostegno in area 1,85 aprirebbe a una discesa verso 1,70, supporto strategico anche in ottica di lungo termine.

Fonte: Piattaforma IG

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