Rame segna nuovi minimi degli ultimi 6 anni

Il rame prova una reazione ma si mantiene sempre su livelli molto bassi

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Fonte Bloomberg

In prima mattinata il rame ha segnato nuovi minimi degli ultimi sei anni circa a 4600 dollari a tonnellata (dati presa sulla nostra piattaforma) per poi recuperare lievemente terreno ma comunque evidenziando forti oscillazioni.

Valutiamo che, nel breve termine, sia probabile una reazione delle quotazioni del copper soprattutto sulla scia della situazione di ipervenduto che si è venuta a creare sul mercato. Manteniamo, tuttavia, invariate le nostre prospettive ribassiste sul rame nel medio e lungo periodo.

Riteniamo infatti che sia molto probabile lo scenario di un prolungamento della tendenza ribassista dei corsi del metallo anche verso 4000 dollari a tonnellata entro fine anno.

Stimiamo che la domanda di rame possa continuare a essere particolarmente debole, tenendo conto dei deboli dati macroeconomici che sono stati pubblicati dalla Cina (principale importatore di rame sui mercati delle commodities) e il continuo apprezzamento del dollaro sulle piazze valutarie (in vista di un prossimo rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve già nel mese di dicembre). Dal lato dell’offerta non verrà ridotta la produzione come affermato recentemente dai vertici del principale produttore di rame la cilena Codelco. Le miniere di rame in SudAmerica continueranno a estrarre l’oro rosso senza pensare agli squilibri sul mercato.

Nella sessione odierna recuperano sui mercati azionari le imprese del settore minerario. L’indice STOXX Europe Mining evidenzia una delle performance migliori del mercato con un +2,2%.

Crediamo che i livelli bassi abbiano aumentato l’appetibilità dei titoli del comparto ma consideriamo la reazione solamente fisiologica dopo i forti ribassi. Da inizio anno i principali produttori di rame hanno evidenziato forti flessioni a doppia cifra (l’anglo-svizzera Glencore del 66%, la statunitense Freeport McMoran del 63%, l’anglo sudafricana Anglo American del 62%, la cilena Antofagasta del 34%, l’anglo-australiana BHP Billiton del 28%, l’anglo-australiana Rio Tinto del 25%, la statunitense Southern Copper Corporation del 10%).

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