Petrolio prova un rimbalzo ma prospettive rimangono ribassiste

Brent prova ad allontanarsi dal supporto a 40 dollari al barile

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Fonte Bloomberg

Dopo i crolli registrati nelle ultime tre sedute le quotazioni del greggio provano una reazione, recuperando però solo in minima parte le perdite evidenziate nel mese di dicembre. Il contratto continuo sul Brent Crude nella piattaforma IG si è allontanato dai bottom segnati ieri in area 40 dollari al barile. Crediamo che il movimento rialzista sia fisiologico dopo i violenti ribassi delle scorse sedute che avevano creato una situazione di ipervenduto. Se osserviamo sul grafico giornaliero i principali oscillatori di prezzo notiamo come l’ipervenduto sia particolarmente evidente (indice Relative Strength Index RSI a 14 giorni ben al di sotto dei 30 punti). Se nel brevissimo periodo è quindi possibile assistere a un prolungamento del rialzo riteniamo che nel medio/breve termine le prospettive rimangano ribassiste.

I prezzi dell’oro nero hanno mostrato questi violenti movimenti al ribasso dopo il meeting di Vienna dell’OPEC, che ha mostrato una spaccatura evidente all’interno del cartello.

Una riunione molto confusa quella di Vienna dello scorso venerdì con conferenza stampa ritardata di quasi due ore, con indiscrezioni pre-annuncio di un aumento del tetto della produzione a 31,5 mln di barili e con domande, durante la press conference, in arabo sulle connessioni dell’OPEC con il petrolio prodotto dai jihadisti dello Stato Islamico.

L’esito della riunione è stato un nulla di fatto con l’assenza nelle comunicazioni ufficiali di un target alla produzione che rimarrà ai livelli correnti evidenziati negli ultimi mesi (secondo fonti di agenzie c’e’ ora una sovra-produzione compresa tra i 31,5 e 32 mln di barili).

L’OPEC ha inoltre deciso di assumere un atteggiamento di “wait and see” e prenderà una decisione nei prossimi 6 mesi valutando le condizioni del mercato.

Gli stessi ministri dell’OPEC hanno dichiarato che ci saranno ancora molte variabili da considerare. Tra le principali la quantità di greggio che l’Iran deciderà di immettere sul mercato. Il cartello ha inoltre ricordato che la produzione di greggio è per il 60% al di fuori dell’OPEC e non esisteva alcuna evidenza che un taglio della produzione del 5% potesse fare la differenza.

Nonostante le dichiarazioni del segretario generale (“OPEC is stronger now than ever”) la spaccatura all’interno del cartello è evidente. Non si è riusciti infatti a trovare l’unanimità nella scelta sui livelli di produzione. Molto significativa l’assenza di dichiarazioni ufficiali post-conferenza da parte dei ministri del petrolio arabi convinti di riuscire a trovare un accordo in extremis e dare ancora più forza alla strategia di mantenere i prezzi su livelli bassi per un prolungato periodo di tempo, mettendo forti pressioni sui margini di guadagno degli imprenditori statunitensi di shale oil e degli altri paesi non-OPEC.

Per permettere un rialzo dei prezzi petroliferi sono necessarie uno delle due seguenti condizioni: una diminuzione dell’offerta e un aumento della domanda. Dal lato dell’offerta visto il fallimento della riunione OPEC e la perdita di potere del cartello nel guidare l’andamento dei prezzi vi sono poche vie per una discesa dell’offerta di greggio. Un accordo internazionale tra produttori per diminuire la discesa è infatti poco probabile. Più probabile invece che la forte discesa delle quotazioni del greggio possa sbattere fuori dal mercato molti imprenditori privati. Dal lato della domanda invece molto dipenderà dall’andamento delle economie emergenti e della Cina. Nei prossimi trimestri difficilmente la domanda di greggio potrà risollevarsi in modo significativo. Le prospettive rimangono così ribassiste con target a 35 dollari per il WTI Light Crude e 37 dollari per il Brent.

 

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