Le commodity mettono pressione alle Banche centrali

Le materie prime iniziano a influenzare le aspettative inflattive, ma l'economia potrebbe non essere pronta ad assorbire un veloce rialzo dei tassi.

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Fonte: Bloomberg

Provano a stabilizzarsi le materie prime, metalli in primis, dopo la corsa degli ultimi giorni. Tra le sanzioni statunitensi alla Russia, i dazi su alluminio e acciaio e le tensioni in Siria, abbiamo assistito a una corsa delle materie prime, che ha coinvolto soprattutto l’alluminio (+30% in 10 sedute) e a seguire tutte le altre. Solo il petrolio è riuscito a rubare la scena ai metalli, aggiornando ieri i massimi da fine 2014.

Di norma, un rialzo dei prezzi delle materie prime è notizia positiva, se associata a una crescita della domanda. Questo vuol dire che l’economia sta accelerando e la produzione potrebbe aumentare per soddisfare questa maggiore domanda. Un'eventualità questa che spinge le Banche centrali ad alzare i tassi d'interesse in scia con il miglioramento dell’economia e delle aspettative inflattive.

Non è sempre così. Se il driver che guida il rialzo dei prezzi cambia, anche gli effetti sull'economia potrebbero cambiare rapidamente. Uno shock sul lato dell’offerta dovuto a un crollo della produzione per vari motivi (guerra, scioperi prolungati, chiusure di impianti, cambiamento della tecnologia) o un aumento dei dazi con difficoltà di approvvigionamento da parte delle aziende sono in grado di far lievitare i prezzi in maniera considerevole, senza che ci sia un'accelerazione della crescita economica. In tal caso, l’accelerazione dell’inflazione che ne conseguirebbe, sarebbe guidata da fattori per così dire “non buoni”. Nonostante ciò, le Banche centrali non possono esimersi dal non rialzare i tassi per fermare la spirale inflattiva, soprattutto se veniamo da politiche monetarie super accomodanti. In tal caso, l’economia reale potrebbe non essere pronta ad assorbire un veloce rialzo dei tassi, pertanto accuserà il colpo.

Sui mercati finanziari, i primi a pagare il prezzo più salato sono i titoli a reddito fisso, che devono fare i conti con il rialzo dei rendimenti dato che gli investitori chiedono di più per compensare l’aumento dell’inflazione attesa. La velocità di aggiustamento dei portafogli dipenderà da una serie di fattori, come: la variazione dei prezzi delle materie prime e le aspettative d’inflazione che dipenderanno da quanto questi fattori siano percepiti temporanei o meno. Inoltre, ad imprimere una maggiore velocità all'aggiustamento potrebbe essere lo status quo della politica monetaria quando si verificano questi episodi. Insomma, il fatto che veniamo da anni di politiche super accomodanti potrebbe giocare un ruolo chiave in questo processo, dato che queste hanno schiacciato i tassi d’interesse a zero e anche sotto, creando una vera e propria bolla.

Ieri abbiamo avuto una riprova di tutto questo, con vendite sui bond di mezzo mondo e rendimenti in sensibile rialzo. Al momento, crediamo che tali movimenti siano associati ad un aggiustamento dei portafoglio, una sorta di ribilanciamento tipico quando si rientra da una situazione di eccesso (per intenderci, fino a tre anni fa i tassi d'interesse negativi non erano contemplati neanche nei manuali di economia).

Ma non sarà sempre così. Se la corsa delle materie prime, petrolio in primis, dovesse proseguire in scia a driver legati a sanzioni, dazi, guerre e così via, il ribilanciamento si trasformerebbe in un riposizionamento vero e proprio verso i safe asset, con vendite diffuse un po’ su tutti i comparti (equity compreso).

Le Banche centrali per ora tenteranno di difendersi con le parole, ma a nulla potranno contro un altro balzo dei prezzi come quello delle ultime settimane. Già la prossima settimana ci proverà Mario Draghi, che farà leva sull'inflazione sotto le attese di marzo e sui dati deludenti arrivati dai PMI e dallo Zew.

Non è ancora il tempo di fasciarsi la testa, ma è bene tenere a portata di mano le bende.

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