Elezioni italiane: chi rischia di più?

Dopo un 2017 ricco di tornate elettorali, il rischio politico ritorna all’attenzione degli investitori del Vecchio continente.

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Le elezioni italiane del prossimo 4 marzo chiuderanno un ciclo iniziato esattamente un anno fa in Olanda e terminato ad ottobre con il voto in Austria, con in mezzo Francia, Regno Unito e Germania. Sebbene i timori di un governo euroscettico alla guida della terza economia dell’eurozona si siano ridotti considerevolmente, gli investitori rimangono piuttosto preoccupati che la mancanza di un governo forte e stabile possa compromettere la ripresa del ciclo economico.

I SONDAGGI

Osservando i sondaggi, le probabilità di avere una coalizione o un partito con una chiara maggioranza in Parlamento sono basse, nonostante l’alto numero di indecisi. L’ipotesi di un hung parliament (“parlamento appeso”) rimane, quindi, l’ipotesi più probabile all’indomani del voto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, avrà così il compito di affidare l’incarico di formare un governo una volta sentiti tutti i principali partiti. Crediamo che un governo di larghe intese guidato da un politico (come accaduto nell’ultima legislatura) o un governo tecnico sostenuto da tanti partiti sia lo scenario più attendibile, al momento.

SCENARI

Una probabilità più bassa è associata a un governo di solo Centrodestra, con Forza Italia probabile primo partito all’interno della coalizione, che dovrà esprimere il nome del nuovo premier (considerata l’incandidabilità di Silvio Berlusconi). Bassa, invece, la probabilità di uno scenario di un mancato accordo di governo, con la possibilità di un ritorno alle urne entro fine anno. Ancor meno probabile un governo a guida M5S, con alleati euroscettici (come Lega e Fratelli d’Italia).

IMPATTO SUI MERCATI

I mercati sembrano essere già pronti a uno scenario di massima incertezza, pertanto non crediamo che le reazioni possano essere così violente all’indomani del voto. Questa convinzione è confermata dalla revisione delle posizioni sulla moneta unica da parte dei partiti più euroscettici, che sembrano aver preso le distanze da un referendum sull’Italexit. Crediamo che lo scenario migliore per i mercati azionari sia rappresentato da un solido governo di maggioranza, che acceleri il processo di riforme in grado di sostenere la crescita economica di lungo periodo. Anche un governo di larghe intese potrebbe essere apprezzato dagli investitori, almeno nel breve periodo. Nel lungo periodo, le difficoltà nel portare avanti le riforme potrebbero sollevare qualche dubbio sulla sostenibilità della crescita, rendendo il Belpaese vulnerabile alla prossima crisi economica. L’incapacità di raggiungere un accordo tra i vari partiti politici potrebbe sfociare in un governo Gentiloni-bis. Un’ipotesi questa che non dispiacerebbe ai mercati, anche se verrebbe percepita come provvisoria e aprirebbe a un ritorno alle urne. Le vendite a Piazza Affari potrebbero affiorare, quindi, solo nel caso di un governo costituito da forze euroscettiche e anti-establishment, come M5S e Lega. L’inesperienza e il continuo dibattito contro l’austerity dell’Europa potrebbero minare la fiducia degli investitori, indebolendo anche la crescita economica. Maggiormente penalizzate saranno, in tal caso, le banche, su cui il partito M5S promette una drastica revisione delle regole (su tutte la separazione tra banche d’affari e banche commerciali).

Sul fronte debito, il miglioramento del ciclo economico ha spinto alcune agenzie di rating a rivedere il merito creditizio dell’Italia nei mesi scorsi. Attualmente, le principali agenzie hanno lo stesso giudizio sul debito a lungo termine, con outlook stabile (fatta eccezione per Moody’s). Nel brevissimo termine, non crediamo che i vari scenari possano avere un impatto sul rating, nonostante molti di questi contemplino la possibilità di un più alto rapporto Debito/Pil. Le agenzie aspetteranno di vedere il neo governo in azione prima di pronunciarsi e, comunque, il buon momentum del ciclo economico non sono tali da incutere timore. In un’ottica di lungo periodo, crediamo che il rating possa essere penalizzato sia nel caso di un governo di larghe intese sia nel caso di un governo euroscettico a causa dei ritardi nell’attuazione delle riforme. È difficile che il rating venga abbassato, crediamo piuttosto che aumenti il divario tra l’Italia e altri Paesi della periferia al passo con le riforme.

La maggiore vulnerabilità del nostro Paese sembra essere confermata anche dallo spread Btp-Bund, rimasto ben più in alto rispetto ad altri spread periferici. Nonostante lo spread si sia contratto negli ultimi anni grazie alla ripresa economica e alle misure super accomodanti della Bce, siamo rimasti indietro agli altri Paesi della periferia sulla scia della forte incertezza politica (3 governi diversi nell’ultima legislatura) che si è concretizzata a partire dal terzo trimestre del 2016 (poco prima del Referendum costituzionale). E proprio lo spread potrebbe essere il vero protagonista all’indomani del voto. L’incertezza dovrebbe essere in qualche modo già incorporata nei prezzi, visto il recente ampliamento del differenziale tra Italia e Germania. Crediamo che una solida maggioranza in mano al Centrodestra o un governo di larghe intese possa tradursi in una contrazione dello spread Btp-Bund sino in area 90 punti base, livelli di marzo 2015 quando iniziò il QE della Bce. Un simile scenario potrebbe favorire anche un recupero dell’Italia sulla Spagna, visto che al momento il BTp paga 55 punti base in più rispetto al corrispettivo spagnolo. Difficile attendersi una riduzione più considerevole dello spread in vista della fine del programma di QE della Bce. Al contrario, lo scenario peggiore sullo spread potrebbe concretizzarsi nel caso di un governo guidato da forze anti-establishment. In tal caso, potremmo assistere ad accelerazioni sino sopra quota 200 punti base, livelli che non si vedono da un anno. In nessun caso ci aspettiamo che lo spread si muova fuori l’intervallo di 90-210 punti base a un mese delle elezioni.

IMPATTO SULL'EUROPA

I rischi di contagio in Europa si sono notevolmente ridotti dopo le tornate elettorali dello scorso anno. L’Italia rimane l’ultimo vero test e sembra fare ora meno paura ai partner europei rispetto a solo un anno fa. Anzi, è l’Italia stessa che deve temere di più dall’esito elettorale, dopo che le urne lo scorso anno hanno consegnato un maggiore potere in mano alla Francia e un contestuale ridimensionamento dell’egemonia tedesca di Angela Merkel, alle prese con l’ennesima Grosse Koalition. Il nuovo equilibrio confermerebbe un approccio più morbido dell’Europa nei confronti dell’austerity, a tutto vantaggio della periferia. A tal proposito, il nuovo asse franco-tedesco potrebbe penalizzare l’Italia, soprattutto se dalle urne non dovesse emergere una chiara maggioranza in capo a un partito o coalizione non euroscettica, con il rischio di rimanere isolati nelle scelte più importanti a livello europeo. Sull’Euro, l’impatto potrebbe non essere così importante, soprattutto nel caso dovessero verificarsi i primi tre scenari sopra delineati. Solo una netta vittoria dei partiti euroscettici potrebbe aprire a delle vendite sulla moneta unica. Il cambio Euro/Dollaro nel brevissimo potrebbe scendere temporaneamente anche in area 1,20. Difficile attendersi discese più importanti al momento, dato che le posizioni euroscettiche si sono notevolmente ridotte negli ultimi mesi.

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