Petrolio scivola ai minimi da oltre 4 anni

Non si arresta la corsa al ribasso del prezzo del petrolio, che negli ultimi giorni ha toccato livelli che non si vedevano da oltre 4 anni.

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Fonte: Bloomberg

Molti investitori e grandi banche d’investimento si chiedono ora dove possa arrivare la discesa per capire le ripercussioni sull’economia reale. Si tratta di un problema non di poca importanza, tenendo conto che l’andamento del prezzo dell’oro nero ha un impatto preponderante sull’inflazione e quindi sulle strategie di politica monetaria delle Banche centrali del mondo. Proprio il recente calo dei prezzi degli energetici ha spinto i principali Istituti centrali a ritardare il rialzo dei tassi di interesse (è il caso della Fed e della BoE) e a impegnarsi per nuove misure più accomodanti (è il caso della BoJ e della Bce).

Sembra essere necessario pertanto fare qualche utile previsione sull’andamento del greggio per capire dove andranno i mercati nei prossimi mesi. Per farlo dobbiamo risalire alle motivazioni che stanno guidando al ribasso le quotazioni del petrolio. Le cause, a nostro avviso, sono riconducibili sia a fattori fondamentali che a fattori tecnici.

In primo luogo, lo sviluppo del processo di estrazione di greggio dalla fusione delle rocce (processo noto come shale oil) negli Stati Uniti ha incrementato esponenzialmente la produzione di greggio, determinando un eccesso di offerta. A ciò, si aggiungono i timori del rallentamento della crescita globale (Cina in primis) che alimentano l’attesa di una domanda sempre più debole. Questi due aspetti combinati insieme portano a degli squilibri importanti nella ormai nota legge della domanda-offerta, con effetti depressivi sui prezzi.

Tra i fattori tecnici, va annoverato il ruolo del dollaro. Dato che il petrolio, come la stragrande maggioranza delle commodity, viene scambiato in divisa statunitense, un repentino apprezzamento del biglietto verde contribuisce a indebolire le quotazioni delle materie prime “regolate in dollari”.

 

Cosa aspettarsi? Tra gli investitori cresce l’attesa per il 27 novembre, quando l’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) si riunirà per decidere se tagliare i livelli di produzione per fornire un sostegno alle quotazioni del greggio. Questa settimana il Ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi, ha preferito non rilasciare commenti in merito. Ma tra gli operatori cresce il consenso di un taglio della produzione. Già a ottobre la produzione giornaliera media dell’area OPEC è stata ridotta di oltre 200 mila barili al giorno, attestandosi a 30,25 milioni.  Secondo molti analisti potrebbe essere ulteriormente abbassata sotto la soglia dei 30 milioni.

Sul fronte valutario, ci aspettiamo che i vari governatori della Federal Reserve possano ora far riferimento all’eccessivo apprezzamento del dollaro come elemento di disturbo alla politica monetaria. Una simile aspettativa dovrebbe condurre a un indebolimento della divisa statunitense nel breve.

Alla luce delle considerazioni sopra esposte, riteniamo che nei prossimi due mesi il petrolio possa consolidare ora sui livelli minimi raggiunti nelle ultime ore, con temporanei tentativi di rimbalzo. Nello specifico, il greggio statunitense, noto come WTI (West Texas Intermediate), dopo aver aggiornato i bottom degli ultimi 4 anni (a 73 dollari/barile), potrebbe tentare di stabilizzarsi su questi livelli, con possibili rimbalzi sino a 80 dollari. Il Brent, questa mattina si è portato sotto i 77 dollari (minimo da settembre 2010) e potrebbe tentare un recupero fino in area 85 dollari.

Questi movimenti dovrebbero durare sino fino ai primi mesi del 2015. Man mano che si avvicinerà il rialzo dei tassi negli Usa, la ripresa dell’apprezzamento del dollaro tornerà a mettere pressione al ribasso a tutte le commodity, petrolio incluso. Entro il secondo trimestre del 2015, il Wti potrebbe arrivare sino 65 dollari, mentre il Brent potrebbe spingersi sino verso area 68 dollari.

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